Kenny il fast food .Ricordi dal Columbus

Capitolo 2 dei ragazzi del Columbus Webnet radioseeeyou.com

E poi mi capitava , di isolarmi quando stavo al Columbus , di andare sulla spiaggia quando calava la notte , allora si poteva fare , nessuno ti rompeva le scatole . Mi capitava quando finivo di mangiare da Kenny , che era dietro viale Ceccarini , vicino a dei giardini prima del lungomare . Kenny era il primo fast food che aveva aperto in riviera nei primi anni 80 . Ricordo un locale piccolo , con le sedute alte come i tavolini , pochi posti peraltro . Colorato tutto di rosso , servivano il classico menù da Fast Food americano . Io mangiavo il classico Hamburger con patatine e Coca Cola . spendendo davvero poche migliaia di lire . Ci andavo sempre da solo perché ricordo che in quell’anno , il 1983 , quell’ agosto ero veramente un mare in tempesta , ero sempre in guerra con me stesso su tutto e tutti . Così per evitare di stare troppo sulle palle alle persone , quando venivo assalito dalle mie paranoie e seghe mentali , me ne andavo in giro da solo , come un lupo solitario che non trovava mai pace . E nei miei peregrinare solitari venivo prima o poi , più prima che poi . assalito dalla fame . Ero sempre affamato , soldi ne avevo pochi , da vero studente universitario scapestrato . Ero allora un alto ragazzo allampanato dalla pelle diafana sempre affamato . Si perché il sole chi lo vedeva mai . Io mal sopportavo la luce del sole , e male sopportavo pure il caos delle giornate assolate . Quel caos che era frutto della normale vita delle famiglia che frequentava la spiaggia . Io vivevo solo di notte , la tarda notte , quando i rumori si rarefacevano , la gente si diradava , le famiglie andavano a dormire e quello spazio grande che era il Columbus finiva per essere l’unico punto di approdo che , come un porto Caraibico , era così pieno di vita fino all’ alba . Capitava , a volte , dopo avere mangiato a tarda notte da Kenny che io venissi assalito da un’assurda nostalgia , talmente forte da fare male . Mi capitava quando dopo avere mangiato con avidità il panino e le patatine fritte mi soffermavo a bermi la mia abbondante Coca Cola lì su quelle scomode sedute . E allora mi ritrovavo a perdermi con lo sguardo oltre la vetrina e poi via via ad accarezzare il giardino fino alle cabine illuminate dai lampioni schivando gli aloni di luce che facevano , nel vano tentativo di scorgere il mare . E lì il mio sguardo si perdeva nel buio della notte mentre la mente tornava a inseguire la memoria di Lei fino a perdersi anche esso come un ricordo sbiadito nelle tenebre . Così dopo avere finito la Coca venivo preso dall’impulso di andare in riva al mare e così facevo . Camminavo da solo nella notte , le mani in tasca , la brezza che ti gonfiava la camicia , senza una meta con il cuore in tumulto da spezzare il fiato , attirato da quella oscurità che faceva quasi paura . E lì raggiunta la spiaggia incominciavo a correre . Correre per sfuggire alla malinconia che non mi lasciava andare via , che non mi abbandonava mai , per poi lasciarsi cadere stanco sulla sabbia fredda vicino al mare , unica compagna la risacca che ti ricordava come un orologio che ticchettava che il tempo era passato che tu e Lei eravate passato . E allora me ne stavo seduto tenendomi con le mani le ginocchia mentre avvolto dalla nera notte il mio sguardo si perdeva in quel mare scuro e finivo per perdermi coi miei pensieri , là al largo , in quel mare nero come la notte , là dove tu come Lei vi eravate persi per sempre .

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La vera storia della guerra dei Bomboloni al Columbus. Ovvero la fame è una brutta bestia. (Racconto andato in onda su Radioseeeyou.com)

Ricordo che era il 1982 . Era una serata fantastica d’estate, ma in quel periodo della vita, quello che attraversa i vent’anni, erano tutte serate fantastiche. La Mecca aveva appena chiuso. Noi tornavamo al Columbus. Allora la Mecca non chiudeva tardissimo ma a cavallo delle due di mattina così noi della compagnia di Bologna o aspettavamo Pery per mangiare la pizza o andavamo al Columbus.

Già la Pizza .Ricordo che andavamo a Rimini al di là della ferrovia verso la collina  in un locale con grandi vetrine sulla strada ,appollaiato su  un incrocio sulla strada che porta alla statale Adriatica. Sedevamo in una lunga tavolata rettangolare . Pery si sedeva in mezzo  con la sua ragazza e noi tutti intorno. Trovavo all’inizio strano ed eccitante allo stesso tempo sedermi vicino a lui. Pery il DJ della Mecca. Se si diceva Mecca si pensava subito alla musica e Pery era l’anima della Mecca.  La cosà che mi colpì fin da subito fu che in fondo era un ragazzo come noi che non si nascondeva dietro a forme di protagonismo, superiorità o snobismo. Pery rideva, scherzava e parlava tranquillamente con tutti noi . Chi ci avesse guardato dal di fuori non avrebbe potuto distinguerlo  da uno del gruppo. Quella sera, come dicevo, avevamo deciso di tornare

al Columbus. Lì, raggiunto piazzale Roma, ci affaccendammo a chiacchierare tra noi  della serata appena trascorsa, a salutare qualche volto amico o ad intrattenere qualche bella ragazza. A me ,che avevo una fame biblica, lì per lì venne l’idea di trovare un fornaio aperto. Allora, come tutti, ero afflitto da fame perenne. Con Franco in campeggio mangiavamo pochissimo per risparmiare il più possibile visto che di soldi non ne avevamo tanti. La nostra alimentazione in un mese di mare consisteva tutti i giorni nei seguenti alimenti : 

Un cappuccino e 2 bomboloni al mattino. Un panino a mezzogiorno e uno alla sera da 3000 lire semplici per lo più con la mortadella perché era il salume che costava meno in assoluto. Poi succo di frutta o acqua. La notte  ci concedevamo o  la pizza  oppure le patatine fritte alla baracchina, sulla strada vicino al Fontanelle. Difatti pesavo pochissimo, circa 75 kg, poco per un ragazzone  alto  quasi 2 metri .

Qualche volta mi veniva così tanta fame la notte che riuscivo a sentire l’odore del pane appena sfornato da molte centinaia di metri di distanza .Così mi inoltravo per le vie di Riccione seguendo quella fragranza invitante fino a raggiungerne  il forno. Spesso mi accontentavo del pane caldo se non aveva nient’altro da vendermi. Quella sera dissi a gran voce «Ragazzi io ho fame. Chi viene a cercare un forno con me?» Con mia sorpresa ci fu un coro di adesioni. Dovevamo avere tutti una gran fame perché con me si aggregarono Bongo ,Franco e Bibendum  . Ci avviammo giù per viale Ceccarini svoltando lungo via Dante .Ad  un tratto riconoscemmo l’odore inconfondibile di pane appena sfornato. Svoltammo decisi in una laterale sulla sinistra di via Dante poco prima del canale. La via era deserta illuminata solo da pochi e radi lampioni

Ad un tratto il profumo si fece più intenso e finalmente vedemmo in fondo alla via l’agognato forno. La bottega era tutta illuminata. Davanti ad essa distinguevamo il fornaio che era intento a caricare una grande teglia  all’interno del suo apecar  piaggio furgonato. Dopo avere sistemato la  teglia il fornaio rientrò nel forno lasciando aperte le porte posteriori del furgone.

«Non ci ha visto» sibilò Bongo. Ci avviciniamo di soppiatto incuriositi al mezzo e appena guardammo dentro al cassone trasalimmo. Il contenuto delle teglie erano decine di bomboloni alla crema appena fritti ,coperti di zucchero  che emanavano una fragranza celestiale. Ero commosso da tutta quella fragranza appena sfornata così dissi entusiasta: «Cavolo me ne mangerei un paio entriamo?» Non faccio in tempo a finire la frase che mi accorsi con la coda dell’occhio che Il Bongo, lesto come il Zanardi di Pazienza ,aveva sfilato una teglia grande di bomboloni e se ne correva veloce  nella direzione opposte da dove eravamo arrivati. Io e gli altri ci guardammo stupiti per un attimo e poi quasi all’unisono cominciammo a correre a perdifiato  dietro al Bongo sparendo nelle tenebre. Girato l’incrocio ci fermammo tutti ansimanti.

«Ma che cazzo Bongo non sarai mica matto? L’hai rubata zio prete. Questo è un furto bello e buono.» Sibilai in tono di disapprovazione E intanto pensavo alla faccia che avrebbe fatto il povero  fornaio tornado al suo ape car nello scoprire che una intera teglia del suo fragrante prodotto era sparita.

Il Bongo che aveva ancora in mano la teglia del maltolto con un ghigno da monello sul volto  mi disse:

«Purio hai  intenzione di rompere ancora i maroni a lungo o invece taci e te ne mangi uno?»

La fame era davvero una brutta bestia. Così di fronte alla vista di quei bomboloni celestiali non riuscii a resistere. Mi azzittii e presi con mano tremante uno di quei  bomboloni fritti ancora tiepidi. Vi Affondai golosamente un grosso morso. Lo zucchero si appiccicò su tutte le labbra mentre la crema tiepida, buonissima mi scendeva in gola assieme alla pasta fritta celestiale.  Era questa la felicità mi chiesi. Sorrisi felice. Ne mangiammo tutti allegramente mentre ci incamminavamo di nuovo verso il Columbus. Una volta arrivati Il Bongo che si stava ingozzando con un bombolone disse con la bocca piena «Oh ma sono buonissimi. Me li  mangerei tutti». «Seeee » gli fece eco il Bibendum, «Anche meno» Asserì prendendo in giro il Bongo. Io, che mi stancavo facilmente dei dolci pesanti, ero solo al secondo bombolone e già cominciavo a sentirmi sazio, quando sentii la sparata del  Bongo. Così replicai: gli dico « Quanti mai ne potrai mai mangiare Bongo? Se ne mangi 6 di fila sei un drago.» Affermai deciso.

 «Scomettiamo che io me ne mangio di più?»  

Rimanemmo un attimo tutti interdetti.

«Va bene vediamo, adesso te li conto. Quanti ne hai già mangiati?»  Il Bongo allungò la mano sinistra  alzando 2 dita mentre con la mano destra si portava un grosso pezzo di bombolone che spariva tutto in bocca. Finito di trangugiare il boccone il Bongo si disse pronto alla sfida. .

Arrivati al Columbus il Bongo sedette sul muretto e diede il via alla sfida. E mentre io faticavo non poco a mangiare il terzo bombolone, il Bongo fece sparire in due morsi un quarto bombolone mentre aveva già preso in mano il quinto. Eravamo rimasti tutti a bocca aperta perché il Bongo stava per compiere quello che per me sarebbe stato impossibile fare e considero tutt’ora un ‘impresa da campione. Finirà per mangiarne 13 uno dopo l’altro come se niente fosse e rifiutando il 14 con la nonchalances di un vero campione. Quanto ai bomboloni verranno abbandonati al loro destino da noi che non ne volevamo più. Alcuni finiranno trangugiati in un attimo da ragazzi e ragazze che avevano assistito alla sfida. Per altri non sarà l’interno di uno stomaco la loro ultima meta. Spinti dalla goliardia del momento qualcuno iniziò a tirarseli addosso. C’erano bomboloni che ti volavano sopra la testa e addosso  tra le risate degli spettatori. Davvero un triste destino per un così celestiale cibo .Quanto a noi che dire avevamo la pancia piena di bomboloni e crema  . Guardai Il Bongo che rideva con gli altri ,guardai i miei amici ,i loro volti sorridenti  ,sentivo che i loro cuori e il mio battevano all’unisono  No non c’era posto per la morale , non lì, non quella sera. Mi sentivo in colpa ma mi assolsi in fretta , Mi avvicinai ai miei amici.

« Ehi Bongo ci fumiamo una paglia?» dissi.

Ci accendemmo una sigaretta e ci scambiammo un sorriso. Guardai il Columbus, guardai i miei amici cari e poi il mare nero e profondo che brillava sotto i raggi della luna davanti a me. Respirai l’aria salmastra a pieni polmoni e mi sentii vivo. Guardai di nuovo il piazzale. La vita pulsava in quei pochi metri come non mai. Mi sentii parte di una cosa più grande, che era viva e vitale. Meritavamo tutti per una volta di essere trattati con indulgenza. Meritavamo tutti  per una volta di non essere giudicati. Meritavamo tutti di essere assolti.

E così feci.