UNA TRIBU’ FELICE

Perché scrivere degli  anni 80? Pèrché poi a distanza di così tanti anni? Quasi fossero oramai Storia. E forse, in realtà, un po’ lo sono già Storia. Se ripenso a quegli anni in retrospettiva mi accorgo che noi, giovane generazione, senza rendercene conto, vivemmo un momento sicuramente eccezionale. In noi albergava un senso di grande libertà ed in una prospettiva più ampia anche una solida fiducia nel futuro. Ci muovevamo nel presente con l’intensità dovuta da chi viveva decidendo di cogliere l’attimo. Con quella curiosità positivistica nella quale eravamo cresciuti in anni tranquilli ed economicamente stabili. Fu per questi motivi che la nostra “Generazione Baiosa”, priva di quell’ ansia e del senso di fallimento che attanaglia le giovani generazioni odierne di fronte ad un futuro oscuro e incerto, maturò una umanità insolitamente accogliente, positiva e protesa al comprendere e all’accettazione dell’altro inteso come specchio di se stessi. Fu in questo humus stimolante e ricco di umanità che crebbe un’intera generazione di ragazzi dai capelli lunghi. In quelle’ambiente , con quelle condizioni crebbe quel senso di amicizia e calore che ci avvolse e conquistò subito. Il diverso, la persona che veniva da un’altra città, provincia, regione, divenne immediatamente riconosciuto non solo come un’ amico ma molto di più, come un fratello come se fosse anzi una parte di noi stessi. Ho sempre trovato strano che non ci fosse mai stato nessun accenno letterario ad un ” modo di essere ” più che una moda. Direi quasi una vera tribù di giovani nomadi, di marinai che solcavano i mari di asfalto seguendo forse un sogno. Quello della nostra giovinezza. E forse nasceva da questo il mantenerci nell’oblio. Lo scoprire che c’eravamo riusciti a vivere quegli anni pienamente come sognavamo e come volevamo spesso riuscendoci. Perché di noi Baiosi si potrà dire di tutto ed il contrario di tutto, ma non certo che non eravamo felici. Sì felici di esistere e vivere. E noi o abbiamo fatto e secondo me alla grande. Ed in un mondo grigio e scuro avere acceso i colori della nostra gioventù e passione non fu poca cosa davvero.

Advertisements

I Ragazzi del Columbus

Cover_I_Ragazzi_Del_Columbus-001 (2)

Finalmente è disponibile il libro su Amazon .

Vi metto a disposizione le prime pagine del romanzo spero gradirete

 

 

Premessa

 

 

 

Credo che a tutti sia capitato nella vita di incontrare una persona che ti stravolge l’anima a tal punto che, quando sei in sua presenza, sei talmente fuori da non capire più nulla di te, di lei, di voi, del mondo che ti gira attorno.

La cosa strana è rendersi magari conto che lei non è per te, anzi, esserne consapevole ma andare diritto verso il baratro con un sorriso ebete, felice di farti massacrare perché quell’amore, che non ti sei affatto scelto, è anche questo. Già, questo amore così folle e assurdo da essere al tempo stesso talmente forte e risoluto da resistere allo scorrere inesorabile del tempo.

E io ci sono rimasto appiccicato a questo amore, invischiato nella sua densa melassa, tra iperboliche ascese in paradiso e rovinose cadute all’inferno.

Finisco per darmi dello stupido mentre fumo nervosamente una sigaretta nel buio del mio appartamento all’ultimo piano. È una notte afosa, di quelle che ti tolgono il fiato, una notte d’estate. Tengo le finestre aperte alla ricerca di refrigerio, ma ciò che m’investe è solo un’aria insopportabilmente calda. Così mi stendo nella solitudine del soggiorno, mentre sorseggio l’ennesima birra ghiacciata. Guardo lo smartphone ancora una volta; no, lei non ha scritto, non si è nemmeno fatta viva.

È inutile, non ti pensa né ti cerca, fattene una ragione, mi dico mentre depongo il cellulare quasi con stizza sul tavolino in vetro. Mi affloscio sul divano di design in pelle nera. Pensare di dormire mi sembra una mera utopia, fa troppo caldo, allora mi rilasso tra quei cuscini neri come la notte che avvolge Bologna, oramai assopita.

E mentre i rumori attenuati di un camion della spazzatura finiscono per cullarmi, io mi lascio andare ancora una volta all’onda dei ricordi.

Capitolo 1

 

  • A zonzo avvolti dalla nebbia

 

 

 

La notte era scesa rapida in quella fredda giornata di gennaio dell’83. Una nebbia lattiginosa, come fumo denso nascondeva i contorni della Bolognina, il quartiere dove abitavo. Era sabato sera, e con il Biccio e il Rosso ero sulla mia Renault 4 GL beige. Andavamo a Baricella per ballare al Chicago.

Il Rosso, che mi sedeva dietro, mi passò la canna[1] che aveva appena finito di rollare[2]. Ne tirai due grandi boccate a pieni polmoni, restituendo una fumata dall’inconfondibile aroma che riempì presto l’abitacolo.

«Allora, Lungo? Hai davvero rotto con la Monica di Modena?», mi domandò il Rosso.

«Sì, abbiamo rotto. Anzi, mi ha mollato lei, la stronza», replicai lapidario mentre passavo la canna al Bicciardi, detto il Biccio, che mi sedeva a fianco.

«Mi dispiace, Lungo, e guarda che sono sincero», mi assicurò il Rosso.

Alzai le spalle per dire che non me ne fregava, e invece me ne fregava, eccome se me ne fregava, ma non volevo darlo a vedere ai miei amici.

Il Biccio, che di nome faceva Mauro ed era un ragazzone grande e grosso con una testa riccia di capelli lunghi, mi diede una pacca sulla spalla, bella forte.

«Ben fatto, caro, così adesso sei libero come noi, sei un uccellino fuggito dalla gabbia pronto a scopare altre passere[3], che bella notizia.» Rise sguaiatamente mentre tirava grandi boccate dalla canna. Al Biccio non mancava certo l’intelli-genza né l’arguzia tipica dei contadini della bassa bolognese, ma di sicuro non aveva l’educazione di un lord inglese. I suoi modi un po’ rudi erano la corazza di un animo molto sensibile e generoso, e io, che avevo imparato a conoscerlo, col tempo avevo finito per adorarlo.

Io e lui ci eravamo conosciuti una sera d’estate durante una delle mie scorribande in bicicletta da nonna Ada, dove mamma portava spesso me e mio fratello più piccolo durante le vacanze scolastiche. Nonna Ada, vedova di guerra, viveva in una grande palazzina di nuova costruzione a Castelmaggiore, paese della Bassa Bolognese, là dove i campi coltivati lambivano i primi abitati e dove i segni del grande boom economico, in quei primi anni Sessanta, emergevano anche nella provincia modificando per sempre il panorama urbanistico delle campagne.

Il podere che confinava con la casa di mia nonna era proprio quello dei Bicciardi. Una sera di giugno, complice il grande caldo, dopo aver cenato ero sgattaiolato con la bici tra i campi coltivati vicino a casa. Ben presto, stanco di pedalare, mi ero messo per noia a tirare sassi nel grande stagno popolato dalle rane, che era dentro alla proprietà dei genitori del Biccio. Ero talmente preso a scagliare sassetti arrotondati nell’acqua melmosa da non accorgermi che lui e i suoi amici, cavalcando le loro biciclette, mi erano arrivati alle spalle.

«Ehi, tu! Smettila, che stai facendo? Mi spaventi tutte le rane, vattene dal mio stagno.»

Mi girai di scatto: un bambinone dalla testa riccia, tutto paonazzo in volto, buttata giù la bicicletta, mi veniva incontro con bellicosi propositi. Appena si avvicinò mi spinse, senza tanti complimenti, così forte da farmi finire in acqua. Il Biccio e i suoi amici risero e, quando mi videro tutto zuppo guadagnare la riva, cominciarono a prendermi in giro.

Le loro risa di scherno mi fecero avvampare dalla rabbia: mi scagliai con tutta la forza contro il mio grosso avversario roteando i pugni. Finì che ce le suonammo di santa ragione, lì sull’argi-ne dello stagno, e io rimasi, con mia grande sorpresa, vincitore quando un mio pugno del tutto casuale lo colpì sul naso facendolo sanguinare.

Alla vista del sangue il Biccio piagnucolò spaventato, mettendosi poi a correre verso casa. Quando mostrai i pugni anche ai suoi amici in segno di sfida, quelli si dispersero velocemente pedalando fuori dalla mia vista.

Tornato di corsa a casa tutto pesto e bagnato, mi buscai una bella ramanzina da nonna che mi costrinse, molto arrabbiata, a raccontarle tutto l’accaduto. Il giorno dopo, nonna Ada mi trascinò per un orecchio a casa dei Bicciardi per chiedere scusa per la violenta baruffa. Finì che io e il Biccio facemmo pace e da quel momento diventammo, come spesso capitava tra ragazzini, inseparabili.

«Falla finita, Biccio, e passa anche a me quella canna che me la finisci tutta», lo apostrofò il Rosso per non sottostare all’immancabile destino di doversi tirare il filtrino e poco altro quando non era lui ad accenderla.

Il Rosso, che di nome faceva Renzo Gazzotti, era rosso di capelli e di passione, ed era il mio compagno di scuola fin dalle elementari. Eravamo nati lo stesso anno, io in marzo e lui in luglio, e abitavamo nella stessa via, a pochi civici l’uno dall’altro, alla Bolognina. Le nostre strade a livello scolastico si erano divise quando, finite le medie, io scelsi il liceo Scientifico e lui le scuole tecniche. Di fatto la nostra amicizia non ne aveva risentito, almeno fino al conseguimento dell’ago-gnato diploma: mentre io mi ero iscritto all’Uni-versità nella mia città, il Rosso era partito per la naia. Quell’anno di servizio obbligatorio in divisa lo aveva cambiato nel profondo. Per superare le frustrazioni della vita militare e i soprusi del nonnismo subito in caserma era diventato un cannaiolo impenitente. E non aveva più smesso.

Appena ci inoltrammo nel cuore della campagna, il buio e la nebbia finirono per inghiottirci completamente e la guida divenne difficoltosa.

«Maledetta nebbia!», sbottai, «Non si vede nulla, zio prete.»

«Stai calmo, Lungo. Tieni, fatti una tirata», mi suggerì il Rosso passandomi un’altra canna.

Il Biccio, preoccupato di rimanere senza niente, sbuffò contrariato. «Oh! Lasciatemene un tiro, ragazzi.»

Fumavo nervosamente mentre guidavo a naso in quel nulla niveo, fidandomi più del mio istinto che di quel po’ di strada che supponevo di intravedere.

Finalmente, dopo un viaggio che parve eterno, arrivammo a Baricella. Imboccata la via Pedora l’insegna del Chicago[4] ci accolse e guidò come un faro fino all’ingresso del locale.

Entrati nella affollatissima discoteca, la musica subito ci avvolse calda. In consolle come al solito c’erano i due DJ resident. Oltrepassammo il bar per dirigerci al lato destro della pista, dove c’era la seconda scala che portava su alla galleria. Lì vicino incontrammo tutti i ragazzi della mia comitiva “la compagnia dei bolognesi”, come presero a chiamarci coloro che venivano da altre città. Tanti, ragazzi e ragazze, così diversi tra loro ma uniti come non mai; ragazzi con tanti sogni in testa, con la voglia di cambiare, forse tutto, forse niente, tante speranze, così tanta vita ancora……………

[1] Con questo termine si indicava lo spinello per eccellenza, spesso fatto con hashish.

[2] Nel gergo del periodo voleva dire “confezionare uno spinello”.

[3] Ragazze.

[4] Nata dalle ceneri della vecchia discoteca Pap, era a Baricella nella bassa Bolognese. Divenne per elezione la mia discoteca. La mia seconda casa.

VI METTO LE FOTO SIA DA Pc CHE DA CELL. PER EVENTUALMENTE ACQUISTARE IL LIBRO

DA CELL è UN POCO PIù DIFICILE BISOGNA CLICCARE  SU ALTRI FORMATI IN BASSO APPENA SI APRE LA PAGINA POI SELEZIONARE FORMATO .

Ricordatevi di mettere LIKE  alla pagina ufficiale per farla crescere e fare vedere quanto è grande è la tribù. Gradito se lascerete una recensione su Amazon intanto grazie mille fratelli e sorelle . Cover_I_Ragazzi_Del_Columbus-001 (2)

 

“I RAGAZZI DEL COLUMBUS”

Cover_I_Ragazzi_Del_Columbus-001 (2)

Oggi posso dire che sono arrivato alla fine della strada, certamente quella più difficile . Quella della pubblicazione e del giudizio del pubblico. E’ da qualche giorno che ho per le mani il mio romanzo finalmente finto. L’ho riletto d’un fiato più e più volte spesso chiedendomi se lo avessi scritto io. Ancora non mi rendo conto che sono riuscito a raccontare tutto quello che avevo in mente e nel mio animo. Una cavalcata lunga ben  220 pagine che mi ha portato con i miei personaggi ad affrontare la più bella avventura su carta della mia vita. Notti intere curvo sul computer a scrivere in mezzo ad un mare di emozioni e sentimenti contrastanti come preda di una forza che mi spingeva ad andare avanti. Ed ora eccolo. Come un bimbo che sta in piedi da solo pronto a camminare con le sue gambe.  Grazie di cuore  al mio Editor.  A Mara Fontana il cui prezioso e costante lavoro ha fatto si che crescessi come scrittore. A lei devo tantissimo e qui la ringrazio di cuore. Grazie a Luca Donati per la foto  di copertina frontale  e al grande maestro fotografo  Fredi Marcarini per il  ritratto stupendo e alla sua arte potente. ed in fine un grazie a Marco Savarese  Editore della rivista fotografica “Eyeshot street Photography magazine,” per la grafica della copertina. E Sopratutto un enorme grazie a tuti voi. Sì a voi della tribù perché senza di voi non avrei intrapreso questo viaggio.  Avevo fatto alla tribù una promessa ora questa promessa è sciolta. Ora tocca a voi ragazzi fare sentire la vostra voce. la Voce della tribù. Fatevi sentire perché ora abbiamo un segno tangibile, un libro che ci racconta per  lasciare una traccia indelebile nel tempo. Noi eravamo, siamo stati, e siamo ancora oggi.

 

Una Tribù bellissima.