IL PRIMO BACIO

 

1978.Dopo l’ ennesima discussione con mio padre uscii di casa sbattendo l’uscio, inforcai la bicicletta di mia madre, l’unico mezzo che mi era permesso usare. Discutevo con mio padre sempre per lo stesso motivo. Volevo la vespa. Ma lui cocciuto come un mulo continuava a ripetermi che me l’avrebbe comprata al compimento del mio 18 compleanno e che dovevo portare pazienza. Ma per un adolescente di 17 anni era dura dovere andare in giro in bicicletta quando tutti gli amici si muovevano già con mezzi propri. Mi sentivo uno sfigato e il fatto che ancora dovevo andare in giro su quella bicicletta nera da donna mi faceva avvampare dalla vergogna sopratutto quando incrociavo le ragazze. Ma mio padre questo mica lo capiva né peraltro poteva capirlo ed io evitai per bene di parlargliene. Il dramma succedeva però quando incontravo, a Castelmaggiore, la figlia della parrucchiera. Minuta, naturalmente bionda, con grandi occhi azzurri e un grazioso nasino all’insù. Sembrava una Tedesca. Allora tremavo per la mia timidezza tanto da non osare nemmeno guardarla quando la incrociavo e io mi maledivo dentro per questo. Un mio caro amico un giorno conobbe Lei e le sue amiche e così un poco alla volta, finirono per frequentare la mia compagnia. Quella sera mi ritrovai perciò pieno di rabbia a pedalare in bicicletta per le stradine di campagna della ” Bassa” evitando la provinciale perché troppo trafficata dalle auto. Ero diretto come solito nel vicino paese di Castelmaggiore dove avevo la mai compagnia. Era già estate inoltrata e nonostante fosse già scuro faceva ancora tanto caldo. L’aria era piena dell’odore del grano maturo. Sarebbe stato periodo di trebbiatura di lì a poco. Adoravo la campagna a differenza di mia madre che ci si era dovuta abituare a viverci. Sì perché io nato a Bologna, in città ci ho vissuto solo per un paio di anni. Abitavamo di fianco a mia nonna Materna alla “Croce Coperta. Poi papà che lavorava alla Coop fu nominato “Gerente” del supermercato di nuova apertura di Funo, vicino a Castelmaggiore. Un giorno stanco di fare avanti e indietro dal posto di lavoro a casa in motorino,  comperò un appartamento nuovo appena finito in paese ma senza dire nulla a Mamma. Mia Mamma appena lo venne sapere la prese male perché  per Lei, che era Orfana di padre, (mio Nonno era caduto in guerra da soldato) non era facile lasciare mia Nonna che abitava la porta a fianco. Comunque mia Mamma alla fine fu poi contenta della nuova casa e un giorno di fine Maggio, prendendomi in braccio, lei così premurosa, traslocammo a Funo. Era per questo motivo se mi ritrovavo ora a pedalare accaldato, nel buio della sera nella campagna Bolognese. Finalmente dopo pochi minuti raggiunsi la piazza del paese a Castelmaggiore. Lì c’era la fontana con le panchine, il luogo di ritrovo della mia compagnia. Quando arrivai c’erano già tutti Franco compreso e c’era pure Lei, la figlia della parrucchiera, che seduta su una panchina stava parlando fittamente con il mio amico Massimo. Salutai tutti e mi misi seduto su una panchina, ovviamente quella più distante da lei. Iniziai poi una lunga conversazione assurda sul nulla con un amico. Faceva un caldo insopportabile e qualcuno propose di andare a prendere il gelato al Bar Centrale. Tutti si alzarono e si avviarono per la piazza. Solo io non mi mossi. «Che fai non vieni?» Mi chiese Franco. «Non mi va. Non ne ho voglia voi andate pure io vi aspetto qua.» Franco annuì e si incamminò con gli altri. Lei che stava camminando dietro con le amiche si voltò a guardarmi. Io feci finta di non vedere che lei mi stava guardando. ” Ma si che me ne frega” Pensai tra me. Così appena i miei amici sparirono dalla mia vista mi misi a tirare con stizza sassetti nell’acqua della fontana. ” Che me ne frega di Lei” Continuavo a ripetermi nella testa. Mi accorsi con la coda dell’occhio che i miei amici stavano ritornando. Mi rimisi a sedere dandomi un tono come di uno  annoiatamente distratto. Lei , con mia sorpresa si mise a sedere di fianco a me. « Ne vuoi un po’ Lungo?» «Che gusti hai preso?» Domandai. «Cioccolato e Fragola. Ne vado pazza.» Mi porse il cono gelato con un movimento della mano aggraziato. Lo assaggiai timidamente senza leccarlo golosamente anzi credo che in quel momento, sentendomi osservato da lei io avvampassi in viso.«E’ buono. Davvero non lo credevo» Le confessai. Lei mi sorrise. E mentre sorrideva io non riuscivo a reggere lo sguardo dei suoi occhi. Mi piaceva tutto di lei. Nell’essere minuta racchiudeva una femminilità acerba, propria della sua età, 16 anni, che stava lentamente sbocciando. In ogni suo gesto, come spostarsi i lunghi capelli lisci che le ricadevano sul volto con un gesto rapido e leggero della mano, aveva una sensualità intrigante che mi attraeva con forza. Quella sera rimanemmo, io e Lei su quella panchina a parlare di tante cose. Ad un tratto lei mi chiese l’ora, era quasi mezzanotte. «Devo andare a casa e tardi.»Mi disse con tono quasi dispiaciuto. «Se vuoi ti accompagno con il mio potente mezzo » E feci un cenno del capo indicando la mia vecchia bicicletta nera appoggiata ad un albero. Lei sorrise lasciando scoprire i suoi denti bianchi. «Va bene accompagnami pure. Però mi dai un passaggio in bicicletta.» Mi rispose sorprendendomi. «Finiremo per terra ma facciamolo.» Affermai mentre prendevo la bicicletta. Lei si mise seduta sul manubrio rivolta verso di me con le sue braccia protese a cingermi il collo. Avevo il suo viso a pochi centimetri dal mio. Ci guardammo negli occhi per una frazione di secondi ed io fui soprafatto dall’imbarazzo. Salutammo tutti e partimmo verso casa sua. Pedalavo a fatica con un forte senso di precarietà cercando di indovinare la strada per quel poco che potevo intravedere. Ci prese una risata imbarazzata a tutti e due e per poco non finimmo in terra se non fosse stato per le mie gambe lunghe che poggiai in terra rapido. Lei si strinse ancora di più a me. I suoi capelli emanavano un profumo inebriante, profumavano di rose. Lei non abitava poi lontano dalla piazza, stava all’ultimo piano di una bella villetta a due piani. Arrivammo così davanti al cancello. Mi sentivo impacciato e maledivo di nuovo la mia timidezza. Lei scese dalla bicicletta e mi guardò con quei suoi occhi azzurri. Con un gesto rapido si mise a posto i lunghi capelli dal bel volto. «Mi accompagni fin sulla porta di casa?» mi domandò. Io annui stupito «Va bene» riuscii solo a dire. Entrammo nel giardino di casa e poi dentro al vano scale salimmo su  fin sul pianerottolo dove Lei abitava. «Allora ciao.» Le dissi. «Ciao» mi rispose Lei e mi diede un veloce bacio sulla guancia. Era morbido e tiepido. Mi sorrise di nuovo ed io mi sentii un vero idiota. Balbettai di nuovo un “ciao” imbarazzato e scesi alcuni gradini della scala. Ma giunto sul pianerottolo di sotto mi girai e vidi che Lei era ancora Lì, dove l’avevo lasciata, e mi stava guardando ed io la trovai bellissima. Che stupido che ero. Tornai di corsa su da lei. Mi fermai a due gradini sotto così da poterla guardare negli occhi. «Sono uno stupido» Le dissi e la baciai una, due volte e poi ancora e ancora. Lì su quella mattonella della scala, nel silenzio e nel buio rotto solo dalla luce della luna che filtrando da una finestrella, sembrava accarezzarci con struggente malinconia.

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