Un ricordo

Il CIAK
Era una domenica sera di giugno inoltrato in quella calda estate del 1982. Io e la mia compagnia eravamo appena tornati a casa in Vespa dopo l’ennesimo fine settimana trascorso a Riccione tra Columbus, serata alla Mecca, e notte praticamente insonne in spiaggia a ridere e scherzare con le Fiorentine. Erano oramai le 21 passate, quasi tutti erano andati a casa ed in piazza a Castelmaggiore eravamo rimasti solo io, Franco e Paolo. Ciondolavamo ancora seduti pigramente sulle nostre Vespe con poca voglia di andarcene a casa :«Io non ho voglia di andare a casa», dissi, «Andiamo a ballare al Ciak? » E la sparai così, con sguardo furbetto. Franco mi guardò divertito. «Non ne hai ancora abbastanza?»Mi domandò. «Io non ne ho mai abbastanza lo sai Franco» Dissi sorridendo.« Non avrai sonno Fratello?» Continuai. «E chi ha sonno Lungo? Tanto oramai non mi ricordo più come si fa a dormire» Asserì Franco. «Colpa delle Fiorentine.»Ricordai e mi misi a sogghignare ripensando alla notte prima trascorsa in spiaggia a ridere e scherzare con chiunque avessimo attorno. «Dai andiamo. A me va bene Lungo.» Disse Paolo che fino a quel momento se ne era stato in disparte. « Grande Paolo. Allora andiamo ragazzi» E mi rimisi sulla sella della vespa mettendola in moto. «Se va bene a voi va bene pure a me.»E anche Franco e Paolo misero in moto le Vespe e partimmo per ritornare a Bologna. Arrivati davanti al Ciak ci fermammo in mezzo alla moltitudine di vespe e motorini parcheggiati nel piazzale della Disco. All’ingresso riconobbi subito Biagio che se ne stava davanti all’ entrata della Sala controllando tutti i biglietti. Avevo conosciuto Biagio, nella grande officina dove lavorava in “Autofrance”, alle Roveri. Io avevo un caro amico, dai tempi delle scuole che ci lavorava come meccanico, come Biagio. La mia passione per la Citroen DS mi portò spesso in quella autofficina per vedere tutte le Squalo usate che venivano riparate e vendute. Fu proprio in Autofrance tramite il mio amico che così lo conobbi. «Ciao Lungo»Mi apostrofò Biagio appena mi vide. «Ciao Biagio come va?» «Solito» Mi rispose telegrafico. «Piuttosto Lungo è arrivata in autofficina una DS Pallas “Rouge de Granade” con il tetto bianco come la volevi tu.» E mi diede un buffetto sulla spalla. «Ma è messa bene?» Domandai.« Si lo è. E’ bella bella. E’ un affare.» Mi rispose Biagio. «Va bene», dissi, «La verrò a vedere.» Poi guardandosi intorno mi chiese: «In quanti siete?»  «Tre.»Risposi. Biagio sbirciò un attimo verso la cassa, poi mi fece cenno col capo di sgattaiolare dentro, cosa che facemmo rapidi. Dentro il Ciak era affollato, pieno di tantissimi ragazzi, come solito. Guardai verso la Consolle sopra il bar sulla sinistra dell’entrata. Pur essendo io alto riuscivo solo ad intravedere Miky che era indaffarato a mixare la bella musica del Ciak. Paolo mi tirò per la maglietta e mi fece cenno di passare dai Bagni. Annui e io e Franco lo seguimmo. Bisognava controllare allo specchio assolutamente il nostro aspetto generale. Noi maschietti non eravamo certo meno vanitosi delle ragazze, per esempio eravamo gelosissimi dei nostri capelli lunghi tanto da curarli molto più delle ragazze ma ovviamente con Loro non l’avremmo mai ammesso. Ci rimirammo nello specchio. Sì non eravamo poi troppo sfatti per essere stati un’intero fine settimana al mare. La mia pelle diafana si era arrossata, come solito mi ero scottato, scossi la testa ” Pazienza.” Mi dissi. Quando uscimmo dai bagni girammo a sinistra e andammo nella saletta dove c’era il bar piccolo. Con nostra sorpresa ci imbattemmo in Cesare e Doriano che stavano sorseggiando una bibita lì al Baretto. «Ciao Cesare ma noi non ci eravamo salutati al Columbus qualche ora fa.» Lo apostrofai. « Sei tu che ci Pedini Lungo.» Mi rispose Cesare divertito. «Ti pedino perchè ti voglio portare via tutte le tue penne Fratellone.» Continuai. «Stasera rubi poco Lungo sono solo con Doriano ti ha detto proprio male.»Rise divertito Cesare. Faceva veramente tanto caldo così ci venne voglia a tutti di andare fuori in giardino. Passando a bordo pista dal lato opposto del Bar Franco si sentì tirare per la manica della camicia. Riconobbi subito le ragazze di San Giovanni, erano in tre. Mi venne da sorridere a guardare come erano indaffarate ad attirare l’attenzione di Franco sopratutto la più bella del gruppo. Franco si mise a parlare fittamente con la Cinzia mentre gli altri ridevano e scherzavano con le altre ragazze seduti sotto il grande schermo della sala. Io mi accasciai su un divanetto, poco distante, a gambe distese rivolto verso la pista, disinteressandomi di quello che accadeva di fianco a me. La stanchezza si stava faceva sentire, del resto non chiudevo occhio da più di 36 ore e avevo tanto sonno. Mi persi con lo sguardo a osservare chi ballava in pista davanti a me. Notai una ragazza alta, magra, sinuosa non certo una bellezza appariscente, ma era carina e la trovai molto intrigante. Aveva capelli quasi neri lisci e lunghi ben oltre la vita, vestiva con jeans scuri, una camicia bianca a sbuffo stretta in vita con una grossa cintura e ai piedi stivali indianini beige. Ballava veramente bene. Ad un tratto smise e venne decisa verso di noi. Senza salutare nessuno di noi maschietti parlottò all’orecchio di Cinzia e si fece dare una sigaretta. Si mise poi in piedi a fumare, vicino a me guardando la pista ma senza prestare attenzione a noi, anzi a me dava proprio le spalle. Io però non riuscivo a smettere di guardarla così, dopo un po, forse sentendo il mio sguardo su di sé si girò verso di me. Mi guardò senza sorridere e poi mi viene vicino.«Che hai da guardarmi?» Mi disse in modo anche brusco. Io ne fui sorpreso ma ero troppo stanco per rispondere a tono, avrei voluto dire: ” Ti guardavo perché sei carina.” E invece riuscii a dire solo :«Io? Nulla.» Lei continuò a guardarmi negli occhi, non sembrò troppo convinta della risposta che le avevo dato. Mi si avvicinò all’orecchio e continuò.« Fumi? Hai una sigaretta? ». «Certo» Mi alzai, presi una Camel e gliela offrii. «Sono con i ragazzi che stanno parlando con le tue amiche» le dissi all’orecchio indicando il gruppo seduto sui divanetti. «Ah» le uscì solo. Poi mi guardò di nuovo. «Fa troppo caldo qui dentro vado a fumare fuori. Tu che fai? » « Vengo fuori anche io» Le risposi e ci avviammo verso la Veranda che portava in giardino. Fuori era pure più afoso, mancava il respiro. Ci mettemmo a fumare lì vicino alla veranda. « Sei stato al Columbus?» Mi domandò «Sì perché si vede?» Dissi abbozzando un sorriso. «Sei tutto ustionato. Sei buffo» E finalmente sorrise lasciando intravedere denti bianchissimi. «Era ora che ridessi.» Le dissi. «Non siete venute voi di Sangio al mare? » Domandai. «No le mie amiche non potevano», Poi dopo una pausa riprese. «Tu andavi al Panda vero?» Annui mentre fumavo «Ci andavo spesso perché?» « Ti ci ho visto così tante volte»  Mi confessò. «Davvero?» Dissi stupito. Rimanevo sempre sorpreso quando una ragazza ti confessava che ti vedeva in giro e mi detti dello stupido, perché io non me ne accorgevo mai del loro osservare. Le ragazze in questo erano troppo brave. Rimanemmo molto tempo fuori a parlare e fumare Camel poi una sua amica la venne a cercare, «Devo andare. ci vediamo.» Ci salutammo ma nell’andare verso l’uscita lei fece solo qualche passo, esitò poi tornò indietro. «Non lo vuoi il mio numero di telefono?» Mi disse guardandomi seria dritto negli occhi. «Certo che lo voglio.» Risposi divertito. Così si fece dare dall’amica un bigliettino e una penna e ci segnò sopra il suo numero di telefono poi dopo averlo ripiegato per bene me lo diede. «Chiamami o la prossima volta che ti becco al Panda vedi tu Bolognese.» Mi diede un bacio tenero sulla guancia e scappò via rapida. Io rimasi ancora un poco a rimirarmi il pezzettino di carta prima di deporlo con cura nel portafoglio. ” Domani la chiamerò” Pensai. Erano anni pieni di tanta energia e le ragazze erano stupende perché finalmente come fiori che sbocciavano desideravano vivere la vita liberamente come noi ragazzi, anzi forse molto più di noi. La stanchezza stava prendendo il sopravento volevo ora solo andare a casa così, col cuore leggero rientrai al CIAK

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Le Patatine Fritte.

 

Estate Voglia di Mare. Appena le discoteche chiudevano per la pausa estiva, tutti i fine settimana Noi Bolognesi migravamo al Mare. Vespe, sacco a pelo, e poi via al Columbus. Magari al Sabato sera se avevi voglia andavi su in Mecca. Spesso come ho già scritto noi entravamo da portoghesi grazie alle gomme e ai timbrini, soldi ne giravano sempre pochi. E visto che di soldi non ne avevo risparmiavo sempre sul mangiare così avevo sempre tanta fame. Perennemente fame. Ero magrissimo e nonostante i miei quasi due metri ricordo che pesavo 77 kg. Ho ancora il bigliettino di una di quelle bilance che c’erano lungo il viale Ceccarini. Questa era posizionata di fianco all’entrata della Farmacia che c’era lungo il Viale. Sì di quelle che se mettevi 100 lire ti usciva il cartoncino rettangolare con su scritto il peso. Il cartoncino spesso aveva delle figure colorate. Quello mio di quell’anno, il 1982 aveva il disegno di un pesce dietro. Mi sono sempre chiesto cosa centrassero le figure di animali sul cartoncino della bilancia ma sono rimasto sempre con il dubbio. Chissà. Comunque pesavo pochissimo, mangiavo poco e avevo sempre fame. Uno dei pochi lussi che mi concedevo era mangiare patatine fritte con la Maionese. Ne ero ghiotto. In più costavano poco, erano caloriche e saziavano. Avevo trovato un chiosco che era nella zona dei campeggi vicino al Fontanelle. Io appena scendevo dalla Mecca ci andavo. Anche perché morivo di fame. Quando arrivavo dovevo fare la fila. Era sempre pieno di ragazzi e ragazze anche se era oramai notte fonda. Il signore che gestiva questo chiosco serviva le patatine appena fritte in un cartoccio di carta ocra ruvida, di quella per alimenti ed era generoso perché te lo riempiva per bene. Sul bancone aveva  due boccioni di plastica, uno rosso per il ketchup e uno bianco per la maionese. A me piaceva metterci sopra una dose generosa di maionese. Poi mi mettevo seduto sul marciapiede con i piedi sulla strada. E lì mentre mi mangiavo golosamente le mie patatine assieme ai miei amici, che erano sempre affamati come me, nascevano le discussioni più strane. Forse che finalmente un po’ di cibo in pancia ci aveva rimesso in moto il cervello. Fatto sta che una sera mentre eravamo intenti a mangiarci le patatine si incominciò un lungo discorso sui DJ.  Ricordo che c’erano i Gemelli, Franco, Paolo, io, Bongo e Mauk.  Come sempre quando si parlava di Dj , Mix, Musica si cercava di attribuire la palma di migliore Dj Afro al preferito di turno. Se ne valutava il peso in base a quello che un DJ proponeva, a come lo proponeva, i mix, i Dj set, le serate, il dove e il come. Così passavano i minuti mentre nessun DJ prevaleva e tutti noi eravamo intenti a cercare di stabilire una classifica ovviamente senza mai riuscirci perché era praticamente impossibile essere tutti d’accordo. Mano a mano che finivamo di mangiarci le patatine la discussione incominciò ad affievolirsi complice il sonno e la fattanza che ci veniva su. In mezzo a tutta questa discussione l’unico che non aveva mai parlato era stato Davide, uno dei Gemelli. Finite le sue patatine fece una palla con il cartoccio, si alzò lentamente ciondolando, e gettò il tutto nel cestino poi rivolto a noi, che ora lo stavamo osservando tutti ci disse con il suo vocione profondo e un po’ nasale : ” Per me Pery rimane sempre il migliore.” Noi che eravamo oramai troppo stanchi per continuare la discussione annuimmo in silenzio mentre finivamo di mangiarci le ultime patatine. Queste discussioni sui DJ finivano più o meno tutte così come erano iniziate senza mai arrivare ad un nome che prevalesse sugli altri. Spesso le cose accadevano senza una spiegazione apparente, e forse come in queste discussioni che non portavano a nulla non c’era un senso. Ma ora a distanza di così tanti anni mi rendo invece conto dell’importanza di questi momenti sospesi nell’aria, leggeri come bolle di sapone. A vent’anni sono importanti anche questi momenti trascorsi con gli amici a parlare di nulla. Non era poi così importante dire o fare cose speciali. Bastava stare assieme e condividere il proprio tempo con le persone a te più care che avevi vicino. Il resto che importanza poteva avere? Non era mai tempo perso perché il tempo speso con amici e comunque speso bene anche quando non hai nulla da dire o fare. La vita è anche questa, di vivertela comunque senza pretese. Basta che non sei solo a vivertela, ed io in quegli anni non mi sono mai sentito solo e credetemi non fu poca cosa.