IL PRIMO BACIO

 

1978.Dopo l’ ennesima discussione con mio padre uscii di casa sbattendo l’uscio, inforcai la bicicletta di mia madre, l’unico mezzo che mi era permesso usare. Discutevo con mio padre sempre per lo stesso motivo. Volevo la vespa. Ma lui cocciuto come un mulo continuava a ripetermi che me l’avrebbe comprata al compimento del mio 18 compleanno e che dovevo portare pazienza. Ma per un adolescente di 17 anni era dura dovere andare in giro in bicicletta quando tutti gli amici si muovevano già con mezzi propri. Mi sentivo uno sfigato e il fatto che ancora dovevo andare in giro su quella bicicletta nera da donna mi faceva avvampare dalla vergogna sopratutto quando incrociavo le ragazze. Ma mio padre questo mica lo capiva né peraltro poteva capirlo ed io evitai per bene di parlargliene. Il dramma succedeva però quando incontravo, a Castelmaggiore, la figlia della parrucchiera. Minuta, naturalmente bionda, con grandi occhi azzurri e un grazioso nasino all’insù. Sembrava una Tedesca. Allora tremavo per la mia timidezza tanto da non osare nemmeno guardarla quando la incrociavo e io mi maledivo dentro per questo. Un mio caro amico un giorno conobbe Lei e le sue amiche e così un poco alla volta, finirono per frequentare la mia compagnia. Quella sera mi ritrovai perciò pieno di rabbia a pedalare in bicicletta per le stradine di campagna della ” Bassa” evitando la provinciale perché troppo trafficata dalle auto. Ero diretto come solito nel vicino paese di Castelmaggiore dove avevo la mai compagnia. Era già estate inoltrata e nonostante fosse già scuro faceva ancora tanto caldo. L’aria era piena dell’odore del grano maturo. Sarebbe stato periodo di trebbiatura di lì a poco. Adoravo la campagna a differenza di mia madre che ci si era dovuta abituare a viverci. Sì perché io nato a Bologna, in città ci ho vissuto solo per un paio di anni. Abitavamo di fianco a mia nonna Materna alla “Croce Coperta. Poi papà che lavorava alla Coop fu nominato “Gerente” del supermercato di nuova apertura di Funo, vicino a Castelmaggiore. Un giorno stanco di fare avanti e indietro dal posto di lavoro a casa in motorino,  comperò un appartamento nuovo appena finito in paese ma senza dire nulla a Mamma. Mia Mamma appena lo venne sapere la prese male perché  per Lei, che era Orfana di padre, (mio Nonno era caduto in guerra da soldato) non era facile lasciare mia Nonna che abitava la porta a fianco. Comunque mia Mamma alla fine fu poi contenta della nuova casa e un giorno di fine Maggio, prendendomi in braccio, lei così premurosa, traslocammo a Funo. Era per questo motivo se mi ritrovavo ora a pedalare accaldato, nel buio della sera nella campagna Bolognese. Finalmente dopo pochi minuti raggiunsi la piazza del paese a Castelmaggiore. Lì c’era la fontana con le panchine, il luogo di ritrovo della mia compagnia. Quando arrivai c’erano già tutti Franco compreso e c’era pure Lei, la figlia della parrucchiera, che seduta su una panchina stava parlando fittamente con il mio amico Massimo. Salutai tutti e mi misi seduto su una panchina, ovviamente quella più distante da lei. Iniziai poi una lunga conversazione assurda sul nulla con un amico. Faceva un caldo insopportabile e qualcuno propose di andare a prendere il gelato al Bar Centrale. Tutti si alzarono e si avviarono per la piazza. Solo io non mi mossi. «Che fai non vieni?» Mi chiese Franco. «Non mi va. Non ne ho voglia voi andate pure io vi aspetto qua.» Franco annuì e si incamminò con gli altri. Lei che stava camminando dietro con le amiche si voltò a guardarmi. Io feci finta di non vedere che lei mi stava guardando. ” Ma si che me ne frega” Pensai tra me. Così appena i miei amici sparirono dalla mia vista mi misi a tirare con stizza sassetti nell’acqua della fontana. ” Che me ne frega di Lei” Continuavo a ripetermi nella testa. Mi accorsi con la coda dell’occhio che i miei amici stavano ritornando. Mi rimisi a sedere dandomi un tono come di uno  annoiatamente distratto. Lei , con mia sorpresa si mise a sedere di fianco a me. « Ne vuoi un po’ Lungo?» «Che gusti hai preso?» Domandai. «Cioccolato e Fragola. Ne vado pazza.» Mi porse il cono gelato con un movimento della mano aggraziato. Lo assaggiai timidamente senza leccarlo golosamente anzi credo che in quel momento, sentendomi osservato da lei io avvampassi in viso.«E’ buono. Davvero non lo credevo» Le confessai. Lei mi sorrise. E mentre sorrideva io non riuscivo a reggere lo sguardo dei suoi occhi. Mi piaceva tutto di lei. Nell’essere minuta racchiudeva una femminilità acerba, propria della sua età, 16 anni, che stava lentamente sbocciando. In ogni suo gesto, come spostarsi i lunghi capelli lisci che le ricadevano sul volto con un gesto rapido e leggero della mano, aveva una sensualità intrigante che mi attraeva con forza. Quella sera rimanemmo, io e Lei su quella panchina a parlare di tante cose. Ad un tratto lei mi chiese l’ora, era quasi mezzanotte. «Devo andare a casa e tardi.»Mi disse con tono quasi dispiaciuto. «Se vuoi ti accompagno con il mio potente mezzo » E feci un cenno del capo indicando la mia vecchia bicicletta nera appoggiata ad un albero. Lei sorrise lasciando scoprire i suoi denti bianchi. «Va bene accompagnami pure. Però mi dai un passaggio in bicicletta.» Mi rispose sorprendendomi. «Finiremo per terra ma facciamolo.» Affermai mentre prendevo la bicicletta. Lei si mise seduta sul manubrio rivolta verso di me con le sue braccia protese a cingermi il collo. Avevo il suo viso a pochi centimetri dal mio. Ci guardammo negli occhi per una frazione di secondi ed io fui soprafatto dall’imbarazzo. Salutammo tutti e partimmo verso casa sua. Pedalavo a fatica con un forte senso di precarietà cercando di indovinare la strada per quel poco che potevo intravedere. Ci prese una risata imbarazzata a tutti e due e per poco non finimmo in terra se non fosse stato per le mie gambe lunghe che poggiai in terra rapido. Lei si strinse ancora di più a me. I suoi capelli emanavano un profumo inebriante, profumavano di rose. Lei non abitava poi lontano dalla piazza, stava all’ultimo piano di una bella villetta a due piani. Arrivammo così davanti al cancello. Mi sentivo impacciato e maledivo di nuovo la mia timidezza. Lei scese dalla bicicletta e mi guardò con quei suoi occhi azzurri. Con un gesto rapido si mise a posto i lunghi capelli dal bel volto. «Mi accompagni fin sulla porta di casa?» mi domandò. Io annui stupito «Va bene» riuscii solo a dire. Entrammo nel giardino di casa e poi dentro al vano scale salimmo su  fin sul pianerottolo dove Lei abitava. «Allora ciao.» Le dissi. «Ciao» mi rispose Lei e mi diede un veloce bacio sulla guancia. Era morbido e tiepido. Mi sorrise di nuovo ed io mi sentii un vero idiota. Balbettai di nuovo un “ciao” imbarazzato e scesi alcuni gradini della scala. Ma giunto sul pianerottolo di sotto mi girai e vidi che Lei era ancora Lì, dove l’avevo lasciata, e mi stava guardando ed io la trovai bellissima. Che stupido che ero. Tornai di corsa su da lei. Mi fermai a due gradini sotto così da poterla guardare negli occhi. «Sono uno stupido» Le dissi e la baciai una, due volte e poi ancora e ancora. Lì su quella mattonella della scala, nel silenzio e nel buio rotto solo dalla luce della luna che filtrando da una finestrella, sembrava accarezzarci con struggente malinconia.

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Un ricordo

Il CIAK
Era una domenica sera di giugno inoltrato in quella calda estate del 1982. Io e la mia compagnia eravamo appena tornati a casa in Vespa dopo l’ennesimo fine settimana trascorso a Riccione tra Columbus, serata alla Mecca, e notte praticamente insonne in spiaggia a ridere e scherzare con le Fiorentine. Erano oramai le 21 passate, quasi tutti erano andati a casa ed in piazza a Castelmaggiore eravamo rimasti solo io, Franco e Paolo. Ciondolavamo ancora seduti pigramente sulle nostre Vespe con poca voglia di andarcene a casa :«Io non ho voglia di andare a casa», dissi, «Andiamo a ballare al Ciak? » E la sparai così, con sguardo furbetto. Franco mi guardò divertito. «Non ne hai ancora abbastanza?»Mi domandò. «Io non ne ho mai abbastanza lo sai Franco» Dissi sorridendo.« Non avrai sonno Fratello?» Continuai. «E chi ha sonno Lungo? Tanto oramai non mi ricordo più come si fa a dormire» Asserì Franco. «Colpa delle Fiorentine.»Ricordai e mi misi a sogghignare ripensando alla notte prima trascorsa in spiaggia a ridere e scherzare con chiunque avessimo attorno. «Dai andiamo. A me va bene Lungo.» Disse Paolo che fino a quel momento se ne era stato in disparte. « Grande Paolo. Allora andiamo ragazzi» E mi rimisi sulla sella della vespa mettendola in moto. «Se va bene a voi va bene pure a me.»E anche Franco e Paolo misero in moto le Vespe e partimmo per ritornare a Bologna. Arrivati davanti al Ciak ci fermammo in mezzo alla moltitudine di vespe e motorini parcheggiati nel piazzale della Disco. All’ingresso riconobbi subito Biagio che se ne stava davanti all’ entrata della Sala controllando tutti i biglietti. Avevo conosciuto Biagio, nella grande officina dove lavorava in “Autofrance”, alle Roveri. Io avevo un caro amico, dai tempi delle scuole che ci lavorava come meccanico, come Biagio. La mia passione per la Citroen DS mi portò spesso in quella autofficina per vedere tutte le Squalo usate che venivano riparate e vendute. Fu proprio in Autofrance tramite il mio amico che così lo conobbi. «Ciao Lungo»Mi apostrofò Biagio appena mi vide. «Ciao Biagio come va?» «Solito» Mi rispose telegrafico. «Piuttosto Lungo è arrivata in autofficina una DS Pallas “Rouge de Granade” con il tetto bianco come la volevi tu.» E mi diede un buffetto sulla spalla. «Ma è messa bene?» Domandai.« Si lo è. E’ bella bella. E’ un affare.» Mi rispose Biagio. «Va bene», dissi, «La verrò a vedere.» Poi guardandosi intorno mi chiese: «In quanti siete?»  «Tre.»Risposi. Biagio sbirciò un attimo verso la cassa, poi mi fece cenno col capo di sgattaiolare dentro, cosa che facemmo rapidi. Dentro il Ciak era affollato, pieno di tantissimi ragazzi, come solito. Guardai verso la Consolle sopra il bar sulla sinistra dell’entrata. Pur essendo io alto riuscivo solo ad intravedere Miky che era indaffarato a mixare la bella musica del Ciak. Paolo mi tirò per la maglietta e mi fece cenno di passare dai Bagni. Annui e io e Franco lo seguimmo. Bisognava controllare allo specchio assolutamente il nostro aspetto generale. Noi maschietti non eravamo certo meno vanitosi delle ragazze, per esempio eravamo gelosissimi dei nostri capelli lunghi tanto da curarli molto più delle ragazze ma ovviamente con Loro non l’avremmo mai ammesso. Ci rimirammo nello specchio. Sì non eravamo poi troppo sfatti per essere stati un’intero fine settimana al mare. La mia pelle diafana si era arrossata, come solito mi ero scottato, scossi la testa ” Pazienza.” Mi dissi. Quando uscimmo dai bagni girammo a sinistra e andammo nella saletta dove c’era il bar piccolo. Con nostra sorpresa ci imbattemmo in Cesare e Doriano che stavano sorseggiando una bibita lì al Baretto. «Ciao Cesare ma noi non ci eravamo salutati al Columbus qualche ora fa.» Lo apostrofai. « Sei tu che ci Pedini Lungo.» Mi rispose Cesare divertito. «Ti pedino perchè ti voglio portare via tutte le tue penne Fratellone.» Continuai. «Stasera rubi poco Lungo sono solo con Doriano ti ha detto proprio male.»Rise divertito Cesare. Faceva veramente tanto caldo così ci venne voglia a tutti di andare fuori in giardino. Passando a bordo pista dal lato opposto del Bar Franco si sentì tirare per la manica della camicia. Riconobbi subito le ragazze di San Giovanni, erano in tre. Mi venne da sorridere a guardare come erano indaffarate ad attirare l’attenzione di Franco sopratutto la più bella del gruppo. Franco si mise a parlare fittamente con la Cinzia mentre gli altri ridevano e scherzavano con le altre ragazze seduti sotto il grande schermo della sala. Io mi accasciai su un divanetto, poco distante, a gambe distese rivolto verso la pista, disinteressandomi di quello che accadeva di fianco a me. La stanchezza si stava faceva sentire, del resto non chiudevo occhio da più di 36 ore e avevo tanto sonno. Mi persi con lo sguardo a osservare chi ballava in pista davanti a me. Notai una ragazza alta, magra, sinuosa non certo una bellezza appariscente, ma era carina e la trovai molto intrigante. Aveva capelli quasi neri lisci e lunghi ben oltre la vita, vestiva con jeans scuri, una camicia bianca a sbuffo stretta in vita con una grossa cintura e ai piedi stivali indianini beige. Ballava veramente bene. Ad un tratto smise e venne decisa verso di noi. Senza salutare nessuno di noi maschietti parlottò all’orecchio di Cinzia e si fece dare una sigaretta. Si mise poi in piedi a fumare, vicino a me guardando la pista ma senza prestare attenzione a noi, anzi a me dava proprio le spalle. Io però non riuscivo a smettere di guardarla così, dopo un po, forse sentendo il mio sguardo su di sé si girò verso di me. Mi guardò senza sorridere e poi mi viene vicino.«Che hai da guardarmi?» Mi disse in modo anche brusco. Io ne fui sorpreso ma ero troppo stanco per rispondere a tono, avrei voluto dire: ” Ti guardavo perché sei carina.” E invece riuscii a dire solo :«Io? Nulla.» Lei continuò a guardarmi negli occhi, non sembrò troppo convinta della risposta che le avevo dato. Mi si avvicinò all’orecchio e continuò.« Fumi? Hai una sigaretta? ». «Certo» Mi alzai, presi una Camel e gliela offrii. «Sono con i ragazzi che stanno parlando con le tue amiche» le dissi all’orecchio indicando il gruppo seduto sui divanetti. «Ah» le uscì solo. Poi mi guardò di nuovo. «Fa troppo caldo qui dentro vado a fumare fuori. Tu che fai? » « Vengo fuori anche io» Le risposi e ci avviammo verso la Veranda che portava in giardino. Fuori era pure più afoso, mancava il respiro. Ci mettemmo a fumare lì vicino alla veranda. « Sei stato al Columbus?» Mi domandò «Sì perché si vede?» Dissi abbozzando un sorriso. «Sei tutto ustionato. Sei buffo» E finalmente sorrise lasciando intravedere denti bianchissimi. «Era ora che ridessi.» Le dissi. «Non siete venute voi di Sangio al mare? » Domandai. «No le mie amiche non potevano», Poi dopo una pausa riprese. «Tu andavi al Panda vero?» Annui mentre fumavo «Ci andavo spesso perché?» « Ti ci ho visto così tante volte»  Mi confessò. «Davvero?» Dissi stupito. Rimanevo sempre sorpreso quando una ragazza ti confessava che ti vedeva in giro e mi detti dello stupido, perché io non me ne accorgevo mai del loro osservare. Le ragazze in questo erano troppo brave. Rimanemmo molto tempo fuori a parlare e fumare Camel poi una sua amica la venne a cercare, «Devo andare. ci vediamo.» Ci salutammo ma nell’andare verso l’uscita lei fece solo qualche passo, esitò poi tornò indietro. «Non lo vuoi il mio numero di telefono?» Mi disse guardandomi seria dritto negli occhi. «Certo che lo voglio.» Risposi divertito. Così si fece dare dall’amica un bigliettino e una penna e ci segnò sopra il suo numero di telefono poi dopo averlo ripiegato per bene me lo diede. «Chiamami o la prossima volta che ti becco al Panda vedi tu Bolognese.» Mi diede un bacio tenero sulla guancia e scappò via rapida. Io rimasi ancora un poco a rimirarmi il pezzettino di carta prima di deporlo con cura nel portafoglio. ” Domani la chiamerò” Pensai. Erano anni pieni di tanta energia e le ragazze erano stupende perché finalmente come fiori che sbocciavano desideravano vivere la vita liberamente come noi ragazzi, anzi forse molto più di noi. La stanchezza stava prendendo il sopravento volevo ora solo andare a casa così, col cuore leggero rientrai al CIAK

Le Patatine Fritte.

 

Estate Voglia di Mare. Appena le discoteche chiudevano per la pausa estiva, tutti i fine settimana Noi Bolognesi migravamo al Mare. Vespe, sacco a pelo, e poi via al Columbus. Magari al Sabato sera se avevi voglia andavi su in Mecca. Spesso come ho già scritto noi entravamo da portoghesi grazie alle gomme e ai timbrini, soldi ne giravano sempre pochi. E visto che di soldi non ne avevo risparmiavo sempre sul mangiare così avevo sempre tanta fame. Perennemente fame. Ero magrissimo e nonostante i miei quasi due metri ricordo che pesavo 77 kg. Ho ancora il bigliettino di una di quelle bilance che c’erano lungo il viale Ceccarini. Questa era posizionata di fianco all’entrata della Farmacia che c’era lungo il Viale. Sì di quelle che se mettevi 100 lire ti usciva il cartoncino rettangolare con su scritto il peso. Il cartoncino spesso aveva delle figure colorate. Quello mio di quell’anno, il 1982 aveva il disegno di un pesce dietro. Mi sono sempre chiesto cosa centrassero le figure di animali sul cartoncino della bilancia ma sono rimasto sempre con il dubbio. Chissà. Comunque pesavo pochissimo, mangiavo poco e avevo sempre fame. Uno dei pochi lussi che mi concedevo era mangiare patatine fritte con la Maionese. Ne ero ghiotto. In più costavano poco, erano caloriche e saziavano. Avevo trovato un chiosco che era nella zona dei campeggi vicino al Fontanelle. Io appena scendevo dalla Mecca ci andavo. Anche perché morivo di fame. Quando arrivavo dovevo fare la fila. Era sempre pieno di ragazzi e ragazze anche se era oramai notte fonda. Il signore che gestiva questo chiosco serviva le patatine appena fritte in un cartoccio di carta ocra ruvida, di quella per alimenti ed era generoso perché te lo riempiva per bene. Sul bancone aveva  due boccioni di plastica, uno rosso per il ketchup e uno bianco per la maionese. A me piaceva metterci sopra una dose generosa di maionese. Poi mi mettevo seduto sul marciapiede con i piedi sulla strada. E lì mentre mi mangiavo golosamente le mie patatine assieme ai miei amici, che erano sempre affamati come me, nascevano le discussioni più strane. Forse che finalmente un po’ di cibo in pancia ci aveva rimesso in moto il cervello. Fatto sta che una sera mentre eravamo intenti a mangiarci le patatine si incominciò un lungo discorso sui DJ.  Ricordo che c’erano i Gemelli, Franco, Paolo, io, Bongo e Mauk.  Come sempre quando si parlava di Dj , Mix, Musica si cercava di attribuire la palma di migliore Dj Afro al preferito di turno. Se ne valutava il peso in base a quello che un DJ proponeva, a come lo proponeva, i mix, i Dj set, le serate, il dove e il come. Così passavano i minuti mentre nessun DJ prevaleva e tutti noi eravamo intenti a cercare di stabilire una classifica ovviamente senza mai riuscirci perché era praticamente impossibile essere tutti d’accordo. Mano a mano che finivamo di mangiarci le patatine la discussione incominciò ad affievolirsi complice il sonno e la fattanza che ci veniva su. In mezzo a tutta questa discussione l’unico che non aveva mai parlato era stato Davide, uno dei Gemelli. Finite le sue patatine fece una palla con il cartoccio, si alzò lentamente ciondolando, e gettò il tutto nel cestino poi rivolto a noi, che ora lo stavamo osservando tutti ci disse con il suo vocione profondo e un po’ nasale : ” Per me Pery rimane sempre il migliore.” Noi che eravamo oramai troppo stanchi per continuare la discussione annuimmo in silenzio mentre finivamo di mangiarci le ultime patatine. Queste discussioni sui DJ finivano più o meno tutte così come erano iniziate senza mai arrivare ad un nome che prevalesse sugli altri. Spesso le cose accadevano senza una spiegazione apparente, e forse come in queste discussioni che non portavano a nulla non c’era un senso. Ma ora a distanza di così tanti anni mi rendo invece conto dell’importanza di questi momenti sospesi nell’aria, leggeri come bolle di sapone. A vent’anni sono importanti anche questi momenti trascorsi con gli amici a parlare di nulla. Non era poi così importante dire o fare cose speciali. Bastava stare assieme e condividere il proprio tempo con le persone a te più care che avevi vicino. Il resto che importanza poteva avere? Non era mai tempo perso perché il tempo speso con amici e comunque speso bene anche quando non hai nulla da dire o fare. La vita è anche questa, di vivertela comunque senza pretese. Basta che non sei solo a vivertela, ed io in quegli anni non mi sono mai sentito solo e credetemi non fu poca cosa.

 

Il Rosso.

 

Può sembrare strano ma in quegli anni, ogni tanto ci annoiavamo pure, capitava, magari qualche volta. Siamo forse noi che in questi anni di Maturità tendiamo a vedere il passato come se tutto fosse roseo e bellissimo. Ma ci annoiavamo eccome. Capitava anche al Chicago, nel luogo dove io mi sono sicuramente divertito di più, e dove ho lasciato ricordi per me stupendi. Sì a volte mi annoiavo al Chicago.Forse perché a vent’anni avevo un carattere umbratile forse per i  residui dell’adolescenza appena trascorsa oppure per una nuova inquietudine che ogni tanto mi assaliva. Quando mi annoiavo io andavo a cercare il mio amico Rosso, che io chiamavo così per via del colore dei suoi capelli.

 

” Senti Rosso mi sto annoiando andiamo a fare un giro fuori?”Domandai parlandogli all’orecchio per via della musica alta. Lui mi guardò con un mezzo sorriso” Esco solo se andiamo a farci un giro al parcheggio degli autobus.” “Per me va bene Rosso. Dissi. “Ok chiamo anche il Biccio e poi andiamo.”Mi risposi. Il Rosso si allontanò per andare a cercare il Biccio che sicuramente si era perso su in galleria. Io mi misi ad aspettarli al Bar. Mi misi pigramente ad osservare la pista in quel momento affollatissima. Non aspettai tanto il Rosso arrivò con il Biccio. Uscimmo dal Chicago passando dalle porte di plastica trasparente appese all’entrata. Appena fuori l’aria fresca della primavera mi colpì il volto. Andammo alla mia Renault 4 che ero solito parcheggiare lungo la via Pedora e partimmo. Sulla provinciale girai a destra per andare verso Ferrara. Appena fuori Baricella girai a sinistra in un grande spiazzo sterrato che serviva da parcheggio per alcuni Autobus. Il piazzale era illuminato da luci gialle molto forti. Fermai la macchina dietro ad un autobus, l’ultimo in modo da non essere visti dalla provinciale. Il Rosso tirò fuori una stecca di fumo e incominciò a rollare una canna. ” Ma non potevamo restare dentro al Chicago? Su in galleria se le fanno tutti.” protestò il Biccio. “Mi andava di uscire Biccio. Dentro faceva un caldo boia  almeno qui è più fresco.” Gli risposi. ” Falla finita Biccio e accendi la canna” Il Rosso passò la canna al Biccio che se la accese ben contento. Io lo guardavo tirare grandi boccate dallo spinello mentre un fumo denso dall’inconfondibile aroma si spandeva nell’abitacolo e fuoriusciva lentamente dai finestrini della R4.”Poi il Biccio mi passò la canna. Tirai anche io un paio di lunghe boccate prima di passarla al Rosso che mi guardava preoccupato di non doversi fumare il filtrino. Difatti appena passo il Rosso sbottò scontento” Cavolo ve la siete fumata tutta ora mi toccherà farmene un’altra.” Allora aspetteremo” Dissi sorridendo. ” Te hai fretta Biccio?”. ” Chi io? Macchè. Nessuno ne rimarrà scontento credo se restiamo qui un poco.”  ” Ecco che arriva.” Disse il Rosso soddisfatto mentre si accendeva lo spinello. Il silenzio ben presto ci avvolse. Fumavamo in silenzio, nella penombra rischiarata da quelle luci gialle che facevano strani aloni sulle volute di fumo che uscivano dall’auto. ” Ma voi ragazzi ci pensate mai al futuro ? ” Dissi mentre fumavo una camel col braccio fuori dal finestrino. Di fatto oramai i pensieri se ne andavano liberi così come la lingua mentre un diffuso benessere rilassava il mio fisco. “Di quale futuro stai blaterando Lungo? ” Mi domandò il Rosso. ” Pensavo.” Risposi girandomi verso di lui.” Pensavo a cosa faremo tra qualche anno.”Il Biccio si mise a ridere. ” Il Lungo è già partito e gli ha preso lo sballo triste. ” Non sono in fattanza Biccio non ancora. Vorrei solo che questi momenti non finissero mai. Non ho voglia di crescere. Mi sembra una bella fregatura diventare adulti. A voi no?” Il Rosso buttò via la cicca. dal finestrino.” A me mi hanno già fregato. Un anno di militare in mezzo al Nonnismo. E poi via a lavorare in officina meccanica. Io ci sono già nella merda. Mi sa che sono arrivato tardi Lungo. Te se puoi fermati.””E chi si può fermare” Dissi con voce rauca. ” Allora mandiamo tutto a quel paese e facciamoci un’altra canna. Almeno questo nessuno ce lo potrà negare.” Continuò il Rosso preparando l’ennesima canna. Il tempo scorse lento in quello spiazzo sterrato che sembrava perso in mezzo al nulla. Ma a noi per una volta andò bene così. Era vita anche quella. Forse ci annoiavamo a morte o forse era solo paura di crescere, o forse era solo la paura del futuro. Non importava. non a noi almeno. Non in quel momento perché era bello annoiarsi lasciandosi andare con la testa leggera senza preoccuparsi di nulla nemmeno del tempo o del luogo dove eri. Era bello esserci e basta.

 

ADDIO AL COSMIC

In questi giorni sono iniziati i lavori per demolire le strutture esistenti del vecchio Cosmic per fare posto alla costruzione di un nuovo Hotel e sparirà per sempre uno dei luoghi, per Noi Baiosi, più evocativi. A leggere i commenti in rete di tanti che come me lo hanno frequentato si capisce quanto grande sia stata l’eredità che questa Discoteca ha lasciato in ognuno di noi. Sebbene il Cosmic fosse stato chiuso definitivamente per ordine pubblico nel lontano 1984 divenne presto un simbolo per tutta la tribù Afro e Baiosa. La discoteca, quando aprì nell’Aprile del 79, ebbe subito un grande successo, del resto fu veramente innovativa. La consolle era dentro ad un casco,( dopo venne l’astronave) non c’erano posti per sedersi, cosa molto strana per l’epoca, e al bar non servivano alcolici (Il primo anno). L’impianto era potente e moderno con amplificatori Macintosh e casse JBL e pompava uno tra i migliori audio che abbia mai ascoltato. Ma il vero motore della discoteca era la musica che veniva suonata grazie all’estro e alla bravura di Daniele Baldelli già conosciutissimo allora perché era stato assieme a Mozart Dj resident della Baia. Nel 1980 arrivò ad affiancare Baldelli un altro grande DJ, Claudio Tosi Brandi, detto TBC, e per un periodo, nel 1982, si aggiunse anche Marco Maldi (Arena Disco). La discoteca poteva ospitare 800/ 1000 persone massimo, non di più, ma grazie al suo grande successo al Cosmic c’era più gente fuori nel parcheggio che dentro. Io ho tanti ricordi legati a questa Discoteca perché per mia fortuna la mia Compagnia, quella dei Bolognesi, era giramondo, e così non stavamo mai fermi curiosi come eravamo di questo mondo Afro così colorato. Del Cosmic ricordo il Tunnel d’ingresso veramente “Spaziale”, la Pepsi che bevevo, la pista da ballo con le sue colonne luminose piene di lampadine colorate, la consolle nell’astronave. Come non ricordare il parcheggio del Cosmic, con le sue auto allineate sotto gli alberi, i bonghi che suonavano, l’odore tipico degli spinelli, il viavai dei ragazzi. E poi la Musica sempre di grande qualità come il Bolero kebekelektrik , Chinese revenge e Japanese War game dei Koto, I love you babe degli Easy going, Time Actor di Richard Wahnfried. Ricordo pure le ragazze, tante belle ragazze. E poi come non posso non ricordare il campo di granturco al di là della strada, quello che era di fronte al Cosmic scelto come posto ideale per imboscarsi con una ragazza fuori dalla Disco, tra le zolle di terra e gli insetti, ma intanto non importava perché importava di più stare assieme. E allora addio caro Cosmic. Tu che ci hai donato serate meravigliose resterai per sempre vivo nella nostra mente e nei nostri cuori di ragazzi Baiosi. Sarai ricordato come eri, allo Zenit del tuo successo, luminoso, splendente, pieno di luci, come un’astronave che solcava il cielo nello spazio. Per sempre Cosmico.

BELLI E DANNATI

Gambara. Un paese seduto nella pianura Bresciana, di cui ricordo bene i contorni definiti dei suoi tetti, le case allineate una all’altra su cui si aprivano i portoni in legno grigi che chiudevano i cortili delle case più vecchie. Ricordo La mia R 4 parcheggiata in via Cavour, uno scorcio di cielo azzurro che sbucava tra le case che stringevano la stretta via, un odore di cucina, la risata dei bambini che ci guardavano curiosi. Poi giù per via Mazzini con i suoi bar, e negozi, il marciapiede basso appena abbozzato, l’alternarsi delle case ora più alte ora basse, le auto parcheggiate , il viavai dei ragazzi. E in fondo l’edificio color mattone del Typhoon.

Anche quel giorno ero lì, davanti all’entrata, solo a fumare e bermi una birra, una Ceres che mi ero comperato nel bar di fronte. Ciondolavo lungo la via, tiravo lunghe boccate dalla sigaretta e in quel momento la Camel mi sembrò avesse un gusto amaro. Cercavo i miei amici e casualmente mi ritrovai in fondo alla via Mazzini. Attraversai la strada provinciale e andai dove c’era la fermata degli autobus, un piccolo spiazzo delimitato da un marciapiede. Finalmente scorsi Zanna, era là con le Milanesi. ” Ciao Lungo dove cavolo eri finito?” Mi chiese. ” A prendere una birra?” Risposi. ” Ne vuoi un po'” Offersi la birra a Zanna che volentieri prese la bottiglia. Dopo avere dato una bella sorsata mi chiese una sigaretta. ” C’è altro che vuoi?” Zanna scosse la testa sorridendomi. ” Mi fai accendere?” Mi domandò. Mi accesi una Camel pure io e ci mettemmo a fumare appoggiandoci alla veranda rosso ruggine della fermata degli autobus.  ” Che fai?” Chiesi. ” Nulla stavo qui con le Milanesi” E mi indicò le due ragazze, dietro di noi, che ora stavano parlando con altri due ” Ragazzi. ” Vieni anche tu con noi? ” Mi chiese Zanna” Scossi la testa mentre spegnevo la sigaretta con la punta della Clark. ” No vado a fare un giro magari becco qualcuno che conosco.” ” Ok ci becchiamo dopo Lungo.” Salutai il mio amico. A lui interessava una delle ragazze, a me non piaceva la sua amica. Con Zanna ci si capiva al volo, senza bisogno di tante spiegazioni. Tornai di nuovo verso la Discoteca. Mi misi spalle al muro a fumare l’ennesima Camel. E mentre ero lì a guardare tutta quella gente pensavo che eravamo una intera generazione, “bella e dannata”, all’inizio di un lungo viaggio, alla ricerca di una identità di cui aveva disperatamente bisogno per sentirsi parte di un tutto, finalmente accettata e con uno scopo. Almeno per me era questo che mi spingeva ad andare in giro come un nomade o un marinaio. Pensai in quanti posti e luoghi ero stato nel mio lungo peregrinare. Luoghi che mi erano rimasti impressi nella memoria e anche Gambara, capii, lo sarebbe stato. L’arrivo del Biccio mi distrasse dai pensieri. ” Andiamo a farci una birra?” ” Sì perché no? Risposi. ” Dai Lungo che al Bar ho visto le Padovane.”E me lo disse il Biccio ammiccando. ” Quand’è così cosa spettiamo?”Dissi.  Attraversammo insieme di nuovo la strada e sparimmo dentro il Bar, dentro quel turbinio di vita ed emozioni che non avrei mai più dimenticato.

 

DORMIRE AL COLUMBUS

Stavo nel mio sacco a pelo verde scomodamente disteso a notte fonda in quello che chiamavamo noi ” I giardini del Columbus”. Avevamo passato tutta la sera nel Piazzale a ciondolare, senza nessun particolare intenzione se non quella di trascorrere il tempo tra amici, nuove conoscenze, nell’incessante andirivieni che caratterizzava la vita del “Piazzale”. Si era fatto tardi e come era nostra consuetudine ci eravamo trascinati ai giardini di fronte al Columbus e ci eravamo buttati stanchi morti per terra dal lato opposto al lungomare, chiusi nei nostri sacchi a pelo. A dire il vero ci eravamo dovuti ingegnare per trovare uno spiazzo libero per coricarci perché il giardino era già puntellato di tanti fagotti scuri che riempivano lo spazio circostante. Già dormire, a parte la durezza del terreno e l’umidità che saliva dal mare accompagnato dal salmastro marino, non è che ci fosse tutta questa comodità per chiudere occhio, anzi tutt’altro. La scomodità e la difficoltà di prendere sonno unita alla stanchezza ed a qualche spinello ci induceva ancora a socializzare magari con i vicini infagottati che faticavano a dormire pure loro. Allora erano di nuovo chiacchiere, nelle cadenze tipiche dei luoghi d’origine, magari un altro spinello, il bacio di una ragazza se avevi fortuna. Poi una delle cose che ricordo con divertimento era che se facevi tanto di addormentarti, cosa rara peraltro , ecco che ti venivano a svegliare le forze dell’ordine. Ti puntavano una bella torcia in faccia e con modi spicci ti intimavano di sgomberare. Con gli occhi impastati dal sonno e da Dio sa chissà cosa altro ti alzavi, senza però dare segni di rivolta o contrarietà. In questo la tribù era brava non protestava mai con cattiveria anzi. Ci si alzava tranquilli anche se un poco lenti e fatto fagotto del nostro sacco a pelo ci spostavamo magari solo di pochi metri quel tanto che bastava a dare la sensazione di andarcene. Poi appena l’auto delle forze dell’ordine se ne andava via noi candidamente ritornavamo sui nostri passi per ributtarci stanchi morti nello stesso punto da dove ci eravamo alzati, come ragazzini dispettosi, o forse perché non sapevamo davvero dove cavolo andare, tanto sapevamo che non sarebbero probabilmente più passati per il resto della notte. Dormire di nuovo. Ecco se dormivi un paio d’ore al Columbus eri già fortunato perché poi la luce arrivava presto in riva al mare e allora non ti restava altro che alzarti legare di nuovo il sacco a pelo alla vespa e poi, ciondolante come uno Zombie, andare a fare colazione con gli amici, vecchi e nuovi, al Bar di fronte. Un caffè un bombolone alla crema, la prima sigaretta della mattina, la brezza marina che ti accarezzava il viso e ti sentivi un Re in terra. Dio se lo adoravo quel momento cavolo. La vita si risvegliava e tornava a pulsarti attorno, il sole si alzava e ti riscaldava ed era bello in quei momenti guardare quel mare così azzurro, così intenso come intensa era in quel momento la tua vita.

 

L’INCIDENTE

 

 

 

Era un sabato d’estate, forse di giugno. L’anno il 1982. Per noi Baiosi, ogni fine settimana voleva dire partire al mattino presto, in vespa, direzione Mare. Riccione. Noi Bolognesi avevamo la fortuna di essere separati da poco più di 100 Chilometri, dal Mare, una distanza facilmente raggiungibile con le nostre vespe. Così quel giorno, come tutti i sabati, la mattina presto, ci trovammo a Castelmaggiore. Io tirai fuori la mia fidata vespa PX 150 blu. Avevo su una fiancata un adesivo della Mecca e nell’altra quello del Chicago. Sul bauletto invece avevo un adesivo dei PIL ( Public image limited)che mi aveva regalato un mio amico Punk. Lo avevo attaccato perché mi piacevano tanto i PIL. Non avevo il parabrezza perché quando arrivava l’estate lo toglievo. Avevo cura però di indossare un casco bianco integrale sui cui lati avevo disegnato due delfini, con un pennarello, uno per parte, perché li adoravo e a me piaceva tanto disegnarli. Avevo poi montato i due portapacchi, uno davanti e uno dietro. Il Borsone con qualche ricambio di biancheria legato con gli elastici dietro, il Sacco a pelo verde arrotolato nel portapacchi anteriore. Quando arrivai in Piazza della Pace a Castelmaggiore Trovai già Franco e Paolo che mi stavano aspettando. Franco aveva completamente restaurato la vecchia vespa bianca d’epoca che aveva avuto in regalo da suo Zio. Aveva fatto un eccellente lavoro sembrava nuova fiammante. Paolo aveva la sua bella vespa azzurra. ” Sei sempre in ritardo” Mi apostrofò Franco appena mi vide arrivare. ” Perché hai fretta?” Dissi. “Hai per caso un appuntamento al Columbus.” “Se non lo vedono arrivare lo sgridano” Mi rispose Paolo. ” Chi?” Domandai incuriosito. ” Le sue Fans adoranti. ” Proseguì Paolo sorridendo. ” Macché Fans. E’ solo che non voglio fare tardi non mi va di trascorrere altro tempo in città fa troppo caldo.” Disse Franco mentre stava controllando di nuovo la candela della sua vespa che sembrava tossire un poco. “Lasciamogliele le sue Fans Paolo.” Dissi divertito.”Il Columbus è tanto grande io e te mica ci annoieremo.” ” Anche secondo me” Mi rispose Paolo facendomi l’occhiolino. Franco finalmente smise di armeggiare con la candela e rimise a posto il bandone laterale della vespa. Mentre si puliva le mani con uno straccio ci fece segno che era tutto a posto e che potevamo partire subito verso la nostra agognata meta. Mettemmo in moto le vespe e ci dirigemmo verso la Città. Nonostante fosse mattina faceva già molto caldo e l’aria cominciò a sferzarci mentre il sole ci cuoceva le braccia tese sul manubrio. Arrivati a San Lazzaro ci incolonnammo lungo la caotica via Emilia. C’era già molto traffico e anche se eravamo entrati in un nuovo decennio molte famiglie preferivano andare a trascorrere il fine settimana al mare guidando pigramente sulla grande Statale. Ci fermammo a Castel Bolognese per fare miscela. La ” Famosa” miscela era costituita da benzina ( Allora mica c’era la verde N.d. R. ) e da olio nella proporzione del 3 per cento . In quei primi anni ’80 era abbastanza comune che i distributori di benzina più grandi avessero ancora la pompa della miscela presso la quale servirsi per fare il pieno alle nostre Vespe. ” Ma che caldo fa ragazzi? ” Dissi lamentandomi mentre facevo miscela per primo. ” Un caldo boia ” Mi rispose Paolo che era in fila dietro di me. Io mi lamentavo sempre per il caldo perché avendo la pelle diafana il sole mi dava un grande fastidio. Mentre con pazienza facevo il pieno soffermai il mio sguardo sui miei due amici e pensai che eravamo proprio un bel terzetto di scoppiati. Tutti e tre avevamo i capelli lunghi stretti in una coda per non rovinarli durante il viaggio. I capelli per noi Baiosi erano un bene prezioso, più del denaro e ne avevamo una cura maniacale forse più delle ragazze anche se non avremmo mai osato confessarlo a nessuno, e tanto meno a loro. Io Indossavo solo una Fruit bianca, pantaloncini di jeans scarpe da tennis All star blu. Bibendum aveva anche lui una Fruit bianca, i pantaloni di una tuta bianca attillata in vita e Adidas bianche, Franco era a torso nudo con la maglietta attorcigliata in vita, pantaloncini di Jeans e scarpe da tennis. Eravamo veramente un trio selvaggio ma visto con gli occhi di oggi stupendamente belli. Dopo avere fatto rifornimento alle nostre vespe ripartimmo di nuovo, tutti e tre incolonnati in direzione mare. Franco era davanti io dietro e Paolo chiudeva il terzetto. L’andatura era sostenuta, tutto sembrava procedere senza intoppi ma all’altezza di Forlimpopoli accadde un brutto imprevisto. Mentre eravamo lanciati in un lungo rettilineo la vespa di Franco Grippò il motore che bloccò la ruota posteriore. Io che ero proprio dietro Lui me la trovai ferma davanti. Non riusci a fare altro che scartare la vespa tutta a destra nel tentativo di evitare l’ostacolo volando letteralmente nel fosso. Paolo fu più fortunato perché era poco più indietro e così lestamente scartò a sinistra fermandosi poi lungo la strada. Franco che aveva grippato il motore si fece un pezzo di strada con la ruota posteriore bloccata poi perse pure il controllo, sfiorò un palo della luce di un soffio e si piantò nel fosso. Fortuna volle che il fosso non fosse molto profondo ed infestato da erbe alte che costituirono un vero e morbido tappeto d’erba. Io e Franco ci rialzammo un po’ ammaccati ma con nostro stupore constatammo che non ci eravamo fatti nulla. Subito ci demmo da fare per rimettere in strada le nostre vespe. Il fossato non era alto e presentava dei punti dove era quasi pari alla strada. Spingemmo a fatica le vespe lungo il fosso fino a rimetterle in strada. Un rapido controllo ci rassicurò che erano ancora perfettamente funzionanti nonostante il capitombolo. Ripartimmo e ci buttammo alle spalle lo spavento con l’incoscienza dei vent’anni. Nulla ci avrebbe potuto fermare del resto non ci eravamo fatti nulla. Davanti a noi ci aspettava una bellissima notte al Columbus e io più di tutti ora avevo voglia di rivedere due occhi scuri e profondi come il mare per accarezzarli con lo sguardo .

 

 

 

QUANDO PASQUA VOLEVA DIRE MECCA.

Stanno arrivando le festività della Santa Pasqua. Ho un figlio di 10 anni e la mia preoccupazione principale ora è quella di comperargli l’uovo di Pasqua. ” Sarà meglio quello degli -Avengers- o quello con l’automobilina dentro?”Mi domando. Poi scelgo quello degli Avengers e meno male perchè è quello che voleva mio figlio ed io penso “Grazie -Thor-“. Anni fa quando frequentavo la tribù “Baiosa” la mia preoccupazione principale non era farmi regalare un uovo di Pasqua. Anzi non era nemmeno la Pasqua, nel senso stretto del termine riferito alla festività, ma era un evento legato alla Pasqua. Questo evento era l’apertura della Mecca dopo la pausa invernale. La Mecca nelle lunghe notti insonni estive della riviera di quei primi anni’80, trascorse a ballare musica stellare, era diventata a tutti gli effetti un ” Luogo di culto” per la musica Afro. Un “Luogo di culto” che si rispetti genera e vive sulle proprie tradizioni. L’apertura Pasquale della Mecca era oramai divenuta una tradizione e come tutte le tradizioni che si rispettino noi, come Tribù, la dovevamo osservare. All’apertura della Mecca se eri un Baioso ci dovevi andare quasi per forza. E allora via con lo zaino, dentro le nostre auto fantastiche, per partecipare a questo ” Evento” sapendo che avremmo di nuovo incontrato tutti i nostri amici, anche quelli più lontani, e che molto probabilmente ne avremmo fatti anche di nuovi. E noi maschietti ci tiravamo al meglio perchè sapevamo che al mare avremmo incontrato tante splendide ragazze Baiose e di certo non volevamo fare brutta figura passando subito da ” Sfigati “. Ricordo la ricerca di una camera, lì a Riccione, magari una pensione sgangherata, con poche pretese, perchè forse non avremmo nemmeno dormito ma rimanevamo fedeli al :”tanto non si sa mai”. Spesso in quella pensione ci ritrovavamo in tanti , magari provenienti da varie province. E allora erano belli quei momenti, quelli dell’attesa, quelli del “Prima”, dove si consumavano rapidi quegli istanti spesi a parlarsi, a ridere, a guardarsi, a rincorrersi, ad amarsi fino a rimanere senza fiato. Quei momenti sospesi tra interminabili partite a carte, a giocare a pallone, a bere birra e sparare cazzate, che erano momenti speciali proprio perchè avevamo poche preoccupazioni ed il cuore leggero. E poi a sera la Pizzata tutti insieme, ritrovandosi in colorate, chiassose e lunghe tavolate a ridere e scherzare. E alla fine via per un passaggio al Columbus, splendido preserata, magari con la solita ceres in mano, fumando una camel, facendo vasche in continuazione, in su ed in giù ,avanti ed indietro, per la mezzaluna del Piazzale fermandosi ad ogni passo per salutare un viso conosciuto, per dire una battuta, per scambiarsi uno sguardo magari con la tipa che ti faceva battere il cuore e che avresti voluto conoscere ma che stava in mezzo ad un altra compagnia. Poi finalmente arrivava il momento di andare su in Mecca. La preoccupazione per trovare un buco di parcheggio, lì in uno degli anelli, ma dovevi essere molto fortunato. E poi ci si ritrovava con tutti quelli della compagnia riuniti in cerchio, per decidere se entrare, per assistere di nuovo alla magia che si rinnovava mentre la musica saliva di volume annunciando l’inizio della serata, oppure se rimanere fuori, lì davanti, a godere comunque della compagnia dei tanti ragazzi che percorrevano quel pezzetto di strada asfaltata che portava alla entrata della Mecca. Ecco che di nuovo si compiva il rito e tutta la tribù festeggiava con l’arrivo della primavera il ritorno dei fine settimana al Mare. Erano giornate, come sempre piene di vita, di voglia di vivere, di amore per se stessi e per gli altri. Arrivava la Pasqua. Ed era solo Mecca.

RICORDI DI UNA TRIBU’

Oggi, davanti al mio ufficio, c’era parcheggiato un DS Pallas nero. Non ho potuto fare a meno di fotografarlo, del resto la Dea è sempre stata un oggetto dei desideri non solo mio, ma di un’intera generazione. Una figura iconica di un periodo ben definito della mia vita, di quando frequentavo la tribù Baiosa. Mentre finivo di prendere le foto con il cellulare venivo sopraffatto dal montare dei miei ricordi che riaffioravano potenti. Non riesco a spiegarlo ma i ricordi riemergono sempre potenti quando mi imbatto in qualcosa che come un ” Medium”, un ponte, un tramite, mi mette in contatto con il passato. Sono i ricordi di quei primi anni 80. I ricordi dei miei Vent’anni. A volte mi chiedo se questa cosa, dei ricordi, capiti solo a me oppure capita pure ad altri,magari a tutti tutti Voi, che qui mi leggete e che quella Vita, quella Baiosa, come me l’avete vissuta. Sarà che superata la soglia dei Cinquant’anni ti viene naturale voltarti indietro per vedere e valutare tutta la strada che hai fatto. Io non riesco a spiegarmi il perché ogni volta che mi ritrovo a guardare il passato, io venga calamitato dalla luce intensa che emana quel punto nel continuum temporale della vita. Il mio sguardo cade sempre lì . A quando avevi i capelli lunghi e ti vestiti semplice, magari con un jeans sdrucito, una maglietta, un paio di Clark. Pochi soldi nel portafoglio, ma tanta voglia di vivere ed era tanta la vitalità che sentivi scorrerti dentro che ti sembrava di avere tutto il Mondo in mano. A quando sapevi che la vera ricchezza era dentro di te, in Noi, in Voi, e che il vero tesoro non era nel portafoglio ma negli occhi delle persone che avresti incontrato, nelle cose che avresti condiviso e vissuto, in due labbra tumide che avresti baciato, in un abbraccio reciproco magari chiusi nella tua auto con tutto quello di stupendo che c’era in Noi lì dentro. E lì ti dicevi che quel piccolo Mondo sarebbe bastato per tutti e due e con il resto, tutto il resto, fuori, lontano e sfocato. Oppure la felicità era ritrovarsi con il fiato corto, stanchi e madidi di sudore per colpa di interminabili partite a pallone al Columbus con squadre sgangherate e improvvisate, a rincorrersi a perdifiato, come bambini. Risa di ragazzi, vita che corre, amicizie che si consolidano. Una sigaretta, una canna, passata di mano in mano senza la paranoia di sapere chi l’aveva fumata prima di te, con la consapevolezza che con questo gesto di condivisione ti rendevi partecipe di qualcosa, sentivi di appartenere ad un mondo, a qualcosa di riconoscibile, qualcosa che sentivi come tuo. E questo lo percepivi fin nel profondo del tuo cuore perché Noi appartenevamo a tutto un mondo che era il Nostro Mondo. E Noi ci appartenevamo, in maniera profonda, perché spesso bastava uno sguardo anche tra noi maschi per riconoscersi, e poi sorridersi, un cenno per rispettarsi e per dirsi con lo sguardo “Ciao fratello io so chi sei e da dove vieni, perché sei della mia stessa tribù e i nostri cuori battono insieme” Ecco a me piace pensare che fosse questo il collante che ci unisse fino nel profondo. Perché in fondo ci apparteniamo. Siamo fratelli e sorelle con i cuori che battono assieme, al ritmo della Nostra stupenda musica, per sempre uniti, tutti quanti uniti, sotto un “Unico Cielo”.