Columbus Stories

1. Incontri.

Appena arrivai al Columbus parcheggiai come solito il mio PX blu, lì davanti dove c’erano i posti riservati alle moto. Ero tornato molto prima dalla Mecca, non avevo più voglia di starci e avevo lasciato i miei amici su, dopo averli avvisati. Era da poco passata la mezzanotte e sul grigio crescentone c’erano ancora tanti ragazzi e ragazze. Trovai un posto tranquillo vicino al Bar Sombrero a fumare, in quel momento volevo stare solo con me stesso, dentro ero un mare in tempesta.  Dopo che ci eravamo visti di nuovo con Lei a Ferragosto le cose non erano più state le stesse. Era come se vivessi in un diverso pianeta con una diversa gravità, che mi faceva vedere le cose come se fossero rallentate, ed io mi sentivo slegato da tutto e tutti, praticamente fuori posto. Non riuscivo nemmeno più a relazionarmi con i miei amici, rispondevo a monosillabi, non mi interessavo a nulla e finii per essere il loro bersaglio di innocenti prese in giro peraltro ampiamente meritate. Nei giorni seguenti Ferragosto riemergevo brevemente da questa condizione solo alla sera, quando con i miei amici tornavamo al Columbus dopo cena. Lo era solo perché speravo di rivederLa così La cercavo tra la folla colorata e chiassosa ma appena mi rendevo conto che Lei non c’era venivo risucchiato di nuovo sull’altro pianeta e tutto rallentava di nuovo. Quella sera era successo lo stesso, e quando, poco più tardi, si era deciso di andare su in Mecca io li avevo seguiti senza molta convinzione, dentro di me sentivo già il mare in tempesta che ruggiva dentro. Appena ebbi occasione, semplicemente me ne andai. Ora ero seduto a fumare sul muretto da solo. Acquistai una prima Ceres e mentre bevevo mi accesi un’altra Camel. Espirai fuori il fumo. Osservavo le lente volute che lentamente salivano disperdendosi poco più in alto. Diedi un’altra sorsata alla birra. Ero perso in chissà quali pensieri nemmeno mi ero accorto che qualcuno si era seduto vicino a me.

«Scusa mi offri una sigaretta?» domandò

Era una ragazza minuta con i capelli scuri molto corti sulla testa, non più di quattro o cinque centimetri cosa insolita per quel periodo soprattutto per una ragazza. Portava un vestitino di cotone bianco corto, e ciabattine indiane, era tutta abbronzata, segno che era al mare già da tempo. Era a modo suo carina ed emanava una sensazione di freschezza e grande vitalità. Senza dire una sola parola le offrii la Camel che mi aveva chiesto.

«Mi fai accendere?»

Così feci e anzi me ne accesi una pure io.

«Sei un tipo di poche parole tu?»  Mi incalzò.

«Hmm» feci io.

La ragazza espirò un’altra boccata di fumo e continuò a fissare la cenere della sigaretta, il silenzio ci avvolgeva.

«Io mi chiamo Francesca? E tu?»

«Marco.»

«Da dove vieni?»

«Bologna.»

«Io vengo da Reggio Emilia.»

«Hmm» feci di nuovo mentre schiacciavo con il piede la sigaretta.

Lei si passò veloce una mano sui corti capelli e saltò giù dal muretto impacciata. Ero stato non proprio accomodante e mi dispiacque.

«Scusami non sono bravo a parlare, resta se vuoi.» riuscii a dire.

Francesca mi fece un sorriso, si accarezzò di nuovo con il palmo della mano i capelli corti come a scacciare via un momento di imbarazzo e si sedette di nuovo.

«Sai prima di agosto avevo i capelli lunghi, giù dritti fino alla vita. Poi non so cosa mi ha preso, ho fatto la permanente, una cosa orrenda da pelle d’oca. Non facevo altro che piangere. Un giorno li ho tagliati corti dalla disperazione.»

La guardai dritto negli occhi.

«Non ti stanno mica male così credimi.»

«Davvero?»

Sembrava indifesa in quel momento.

«Girati un attimo, di profilo.»

Francesca obbedì.

«Stai benissimo invece ti si vedono le orecchie. Hai orecchie perfette, e anche la forma della testa non è male» asserii sorridendole.

Francesca mi sorrise e sembrava sollevata.

«Da quando mi sono praticamente rapata nessuno dei ragazzi mi ha più fatto un complimento mentre prima erano tanti gli apprezzamenti sui miei capelli lunghi. È diventato imbarazzante credimi.»

«Ti capisco, queste cose ti fanno sentire strano. Non è una bella sensazione, ci sono passato pure io.»

«Tu parli diverso dagli altri ragazzi» disse Francesca.

«Diverso come?» domandai incuriosito.

«Diverso!» replicò guardandomi come se fossi un animale raro.

«Hmm.»

«Eccolo l’orso che torna fuori» mi stuzzicò.

«Davvero pensi che sia un Orso» mi venne da ridere.

«Sì! lo sei. Eccome»

«Vuoi una birra?»

«Sì grazie.»

«Chiamami Lungo. Qui mi chiamano tutti così.»

«Lungo? Eccerto sei una pertica» mi squadrò dal basso vero l’alto «Quanto sei alto?»

«Quasi due metri»

«Sembro una nana vicino a te», obiettò Francesca.

«Ma smettila che vai bene così, pure con l’altezza cominci? Non ti bastavano i capelli?» la presi in giro.

Francesca si ripassò il palmo della mano di nuovo sulla testa. Allora mi venne istintivo farlo anche io. Lei me lo lasciò fare. Mi guardò con i suoi occhi grandi, erano limpidi.

«Sono bellissimi, sono lucidi e forti e morbidi al tatto mi piace accarezzarli.»

«Mi ci vorranno minimo tre anni per farli ricrescere come prima.»

«Abbiamo tempo per la birra allora» dissi.

Fine parte 1.

I ragazzi Del Columbus

Torno a scrivere dopo molto tempo su questo Blog che mi ha regalato così tante soddisfazioni. Oggi mi è sembrato giusto ritornarci per parlarvi come facevo tempo fa, il mio caro amico Ugo ne sarà felice almeno lo spero tanto. Sono stato tanto lontano preso come ero e sono tutt’ora dallo scrivere i miei romanzi ma ora in questi tempi bui per tutti a causa di un maledetto virus mi è tornata la voglia di scrivervi e raccontarvi perché credo sinceramente che il ricordare, il tornare al mondo di quei momenti così magici ci farà solo bene anche fosse per pochi minuti o un momento solo. Ho scelto questa foto non a caso. Primo perché c’è il famoso piazzale Columbus e poi perché c’è la mia compagnia, i miei amici di allora: La Rita , Daniele, Monca, Cesare, e tutti gli altri. Certo ne mancano tanti altri come Franco e Paolo ma questa foto mi piaceva così tanto, c’è l’animo del Columbus. C’è tutta la nostra essenza. Così immergendomi con gli occhi in questa foto ritorno con la mente a quelle estati e ricordo, cercando di trovare un momento di pace in mezzo a tutto questa orribile realtà soffocante. Ricordo il sole che bruciava la pelle, il sale che faceva prurito dopo avere fatto il bagno in mare ed esserci asciugati. Ricordo tutte voi ragazze. Ma quante eravate belle nella vostra gioventù ed era uno spettacolo vedervi sciamare sul piazzale con quei vestitini succinti, le gambe lisce, i vostri sorrisi brillanti i capelli lunghi e curati, e poi c’eravamo noi ragazzi così pieni di vita e energia, noi tutti affollati su quel mezzo crescentone di cemento accompagnati dalla musica, la nostra musica che suonava dagli stereo delle auto che erano parcheggiate lì in cerchio. Le Citroen Ds come vecchie signore occhiute ci osservavano con quei fari così severi e sembrava che gongolassero da vecchie signore consce di essere diventate un mito per tanti ragazzi. Ricordo l’affollamento delle vespe e dei motorini, tra cui il mio Px blu scuro. Ricordo Il vociare e le risate di noi, ragazzi e ragazze, spensierati nel fiore dei nostri anni che riempiva tutto lo spazio del Columbus ed era vita, vita vera quella. Ricordo gli sguardi. Voi ve li ricordate gli sguardi di tutti? Erano sguardi sorridenti, aperti, limpidi quasi trasparenti, dentro ci vedevi mondi in divenire pieni di cose buone e di tanti propositi. Sì c’era tanta energia positiva e questa energia positiva ti avvolgeva come una calda coperta e tu ti sentivi al sicuro , accettato da tutta la tribù ed era meravigliosamente semplice. Oh lo so salteranno fuori i soloni di turno che mi diranno questo è andato di testa. Il Columbus voleva dire droga, eroina, a fiumi, lacrime e dolore. Vero cosa credete voi? Che io non le abbia vissute queste realtà? Ma questo non è oggi né Ieri, troppo tempo è passato, troppi anni, e permettetemi adesso di lasciarli da parte nel ricordo non fosse altro che oggi il dolore lo vorrei lasciare lontano da me. C’è n’è abbastanza di dolore anche nella vita di tutti i giorni. Quindi! Quindi andrò avanti ancora a raccontare la storia la nostra storia, quella che è dentro in ognuno di noi, quella che ci ha segnato, quella che ci ha fatto crescere e ci ha fatto diventare gli uomini e le donne che siamo. Con queste poche righe volevo abbracciarvi tutti perché mi andava e basta. Lo devo ad una pertica di ragazzo, magro, con i capelli lunghi che girava tra voi a quei tempi, che aveva un sogno e che quel sogno lo ha realizzato scrivendo di tutti voi. Allora a presto e alla prossima storia della tribù che viaggiava. Ciao Ragazzi del Columbus.

Tempi difficili

Dedicato a Ugo che mi segue sempre

Dedicato a Lelo che no c’è più da allora portato via dalla bianca morte.

Dopo tanto tempo riprendo in mano il mio blog decidendo di scrivere un post. Mi dispiace sinceramente di non essere riuscito a mantenere un rapporto costante con tutti voi della tribù che mi avete sempre seguito con così tanto affetto.  Senza di voi io non avrei iniziato a scrivere ” I ragazzi del Columbus” che così tante soddisfazioni mi ha dato.  Sono tempi non facili, ora più che mai, adesso che  ci si è messo anche il Virus a darci ancora più preoccupazioni. Ma chi ci ammazza a noi della tribù noi, che se siamo sopravvissuti a quegli anni così meravigliosi, ma anche spericolati, un motivo ci sarà vero ragazzi? Non so perché ma e tutto il giorno che penso a chi ci ha lasciato perché portato via dalla morte bianca: L’ “Ero”.

Sono tempi difficili oggi forse più di allora ma secondo me già essere sopravvissuti alla “polvere bianca” è molto. Io mi ricordo del mio amico Lelo. Della sua vita sgangherata e a pezzi. Delle lunghe discussioni tra noi, delle promesse mancate, del giurarmi non lo faccio più di bucarmi . E invece era un eterno ricadere giù all’inferno. Io che sto con lui che vomita e sta male e che non so che fare. Io che mi arrabbio con lui  e che lo mando a quel paese. Io che vado al Columbus e mentre sto con una ragazza, non so perché, penso a lui che chissà dove cavolo è. Io che mi maledico perché voglio vivere la mia vita e che non riesco a fare nulla per lui. Lui che un  giorno se ne va per overdose senza fare rumore, in punta di piedi così come era entrato in punta di piedi nella mia vita. Io che al funerale piango mentre tutti mi guardano male per i miei capelli lunghi. La ragazza con cui sto che mi chiede se mi faccio e alla mia risposta negativa vuole vedere le braccia e i piedi perché non mi crede. Ricordi solo ricordi oramai. Io forse sono stato solo fortunato perché non sono mai voluto andare oltre le canne ma oggi, non so perché, rivedo nella mia mente tutti coloro  che se ne sono usciti dalla mia vita troppo presto volandosene via come piume leggere portate dal vento. Qualcuno penserà che se la sono cercata. Io penso che sono stati solo sfortunati e che forse erano solo deboli e indifesi. Così la penso. Poteva capitare a tutti noi. Al parcheggio del Cosmic una notte d’estate andai molto vicino a piantarmi una spada di “Ero” nel braccio. Forse fui tentato dalla bellezza della ragazza, così giovane e così intrigante ma per un istante vidi un’ombra di dolore passargli negli occhi che divennero spenti. L’istinto mi spinse via da quel baratro oscuro, rifiutai e me ne andai senza voltarmi mai più. Ora con il virus che ci minaccia mi ritorna quella stessa voglia di vivere che respirai quando mi allontanai dalla morte. Spero che presto ci ritroveremo tutti noi della tribù per festeggiare e ballare ancora una volta e ancora, e ancora, come facevamo, ventenni al Columbus, ascoltando la Nostra musica, fumando, parlando e amando come solo la nostra Tribù sapeva fare.

Inedito: Da qualche parte. Io e Giulia.

Dopo un lungo periodo di assenza che è coinciso con l’ultimazione del mio ultimo manoscritto, ho deciso di regalarvi un racconto inedito delle avventure del Lungo e Giulia. Spero che gradirete. Dedicato a tutti coloro che hanno amato e che amano ancora.

Era una domenica di aprile e la primavera cominciava a farsi sentire: Faceva già caldo. Guidavo nervosamente Verso Maserà con Zanna al mio fianco e la cosa era abbastanza insolita per lui, per noi. La sua Dea lo aveva lasciato a piedi giorni prima, fortunatamente vicino a casa, ed ora, la DS era ferma in Autofrance, sotto le cure delle mani esperte del Rosso, aspettando di essere riparata. Ma non era solo questo il motivo per cui Zanna era sin auto con me, solo, senza la compagnia del Biccio, del Rosso e di tutti gli altri. Il mio biondo amico si era “messo assieme” alla amica di Giulia, Susi. Un’ altra bella ragazza padovana. E lo era bella Susi; non tanto alta, snella, bionda con lunghi capelli naturalmente mossi, occhi azzurri, bocca carnosa e nasino all’ insù. Non rimasi affatto stupito quando capii che Zanna probabilmente si era, come dire, preso una bella scuffia per quella bella ragazza bionda dagli occhi azzurri. Se c’era una cosa positiva per me in tutto questo era che ora potevo prendendolo per i fondelli, prendermi una rivincita, e ora toccava era Zanna subire. Una Domenica all’Arena Giulia,mentre fumavamo seduti sui divanetti vicino al bar, mi chiese se mi andasse bene uscire assieme a Zanna e Susi la domenica successiva.

«Te lo ha chiesto Susi?» Domandai perplesso.

«Sì lei. Ma farebbe piacere anche a me uscire tutti e quattro assieme»

Guardai Giulia nei suoi occhi così profondi e luminosi.

«E dove ci porterete di bello?» Domandai.

«Abbiamo pensato di portarvi a Villa Draghi»

«Villa Draghi?»  Osservai incuriosito.

«Sì Villa Draghi. E’ un posto molto bello. Una villa seicentesca sulle pendici del monte Alto a Montegrotto. C’è un parco bellissimo. Dai Venite?» Gli occhi le brillavano come perle pure.

«Ah! Per me non c’è problema ma quell’orso di Zanna che dice?» Guardai Giulia interrogativo.

«Zanna verrà eccome. Quando tornate a casa chiediglielo. E’ già d’accordo con Susi»

«Cavolo quell’orso si è rincoglionito» Sbottai.

Giulia rise divertita portandosi una mano sul nasino come per nascondersi e io rimasi a guardarla rapito da quel movimento per lei naturale ma per me così sensuale. Come era bella Giulia. Baciarla fu la naturale conseguenza, lì su quei divanetti consunti tra le braccia della musica.

A fine serata quando tutto finì e le ragazze se ne furono andate io mi ricongiunsi con tutta la mia compagnia. Trovai Zanna che parlava fittamente con altri ragazzi di Padova. Quando mi vide arrivare li salutò e mi venne incontro. Io lo guardai con aria divertita.

«Sembra che faremo un viaggio insieme.» Lo apostrofai.

«Sai già tutto vedo.»

«Sì Giulia me lo ha detto.»

«Allora?» Mi incalzò

«Allora bene. Andremo.»

«Ottimo» Rispose soddisfatto Zanna.

«Pensa io e te che usciamo soli con due ragazze per andare mano nella mano tutti assieme in un parco. Saremo come fidanzatini per bene ci pensi Zanna? Come i regolari» E mi venne da ridergli in faccia

«Fottiti merdina molle. Che c’è?  Tu sei quasi sposato con Giulia e io invece non posso uscire per una volta con una ragazza che mi prende tanto?»

«No no puoi puoi» Dissi cercando di trattenermi.

«Ma va…»

Ridevo ora di gusto mentre Zanna mi dava le spalle mandandomi a quel paese.

Questo mi venne in mente mentre correvo con la mia R4 verso il luogo dell’appuntamento. Io prendevo in giro Zanna ma lo capivo. Eccome. Giulia mi era entrata dentro e oramai l’avevo dappertutto. Io lo prendevo in giro ma non potevo nascondere ora più che mai, neppure a me stesso che pure io avevo preso una scuffia gigante per Giulia Fortunatamente la guida mi distolse dai pensieri. Eravamo arrivati a Maserà.

Fine prima parte . Continua.

I Ragazzi del Columbus

Capitolo Primo

Parte seconda

Finalmente, dopo un viaggio che parve eterno, arrivammo a Baricella. Imboccata la via Pedora l’insegna del Chicago[1] ci accolse e guidò come un faro fino all’ingresso del locale.

Entrati nella affollatissima discoteca, la musica subito ci avvolse calda. In consolle come al solito c’erano i due DJ resident. Oltrepassammo il bar per dirigerci al lato destro della pista, dove c’era la seconda scala che portava su alla galleria. Lì vicino incontrammo tutti i ragazzi della mia comitiva “la compagnia dei bolognesi”, come presero a chiamarci coloro che venivano da altre città. Tanti, ragazzi e ragazze, così diversi tra loro ma uniti come non mai; ragazzi con tanti sogni in testa, con la voglia di cambiare, forse tutto, forse niente, tante speranze, così tanta vita ancora.

Tra loro notai subito Zanna che, appena mi vide, sorrise e con un gesto rapido si spostò i lunghi capelli biondi dietro le orecchie.

«Ciao, Lungo. Ciao, ragazzi.»

«Ciao, Zanna.» Ero contento di rivederlo. Ci abbracciammo. Io e Zanna eravamo affratellati oramai da una franca amicizia nata proprio dentro al Chicago.

Dopo finii di salutare la compagnia. Cinzia, la mia amica del cuore, fu l’ultima. La Cinzia era bella come il sole, soprattutto quando sorrideva perché coinvolgeva anche i profondi occhi scuri che le illuminavano il viso dolce contornato da lunghi capelli neri.

Io e Cinzia eravamo solo amici oramai. Una notte a Lazise, sulle rive del Lago di Garda, dopo una serata trascorsa alla discoteca Cosmic[2], io e Cinzia finimmo per dormire assieme, complici le numerose canne che avevano allentato i nostri freni inibitori. Quella notte scopammo, infilati stretti nel mio sacco a pelo.

La mattina dopo, Cinzia mi ignorò completamente per tutta la domenica. Prima di tornare a casa, davanti a un caffè, in un bar lungolago, trovai il coraggio di prenderla da parte e parlarle.

«Riguardo a stanotte?», le chiesi mentre, con fare nervoso, giravo il cucchiaino nella tazzina.

Lei mi scrutava seria con i profondi occhi scuri. «Stanotte, Lungo, è stato molto bello davvero. Ne avevo voglia e avevo voglia di farlo con te, credimi; però, se ti dico la verità, prometti di non prendertela?»

Annuii mentre continuavo a tormentare la tazzina col cucchiaino.

«Vedi, Lungo, è semplice: io non sono fatta per fermarmi. Non ora almeno, mi voglio solo divertire, tutto qua.»

Me lo immaginavo che avesse quello da dirmi, ma fui comunque assalito da imbarazzo e distolsi lo sguardo. In cuor mio faticavo ad accettare di essere stato scaricato così presto da lei. Mi chiusi nelle spalle e riuscii solo a mormorare un lapidario: «Va bene anche per me.»

Buttai giù il boccone amaro e accettai la sua decisione. Col tempo imparai ad apprezzare il suo modo diretto e sincero di dire le cose, e io, che ero già contento di averla avuta almeno per una notte, finii per donarle la mia amicizia. Entrammo persino in confidenza, tanto che spesso mi divertivo a indicarle le ragazze che mi piacevano per chiederle sempre un parere o un consiglio, in un sottile gioco psicologico a cui lei sottostava volentieri con quella leggerezza tutta femminile che mi faceva impazzire.

Io e Cinzia ci abbracciammo e ci scambiammo due innocenti baci sulla guancia.

«Ho saputo che hai rotto con la Monica, Lungo.»

«No, non ho rotto con la Monica, mi ha mollato lei, ma meglio così: era già da un mese che ci frequentavamo e la cosa cominciava a starmi stretta», mentii, e d’istinto abbassai lo sguardo.

«Sì, certo», commentò lei scettica. «Monica ti piaceva eccome.»

«Ti sbagli, per me era solo sesso, magari buon sesso ma sempre e solo sesso.» Sorrisi mentre la guardavo dritto negli occhi.

«Sì, sì, solo sesso? Doveva essere proprio vero, Lungo.» Gli occhi le brillarono furbetti.

«Sei terribile», mugugnai.

«Lo so», confermò compiaciuta.

«Sei proprio bella per questo, perché sei vera.»

Ci scambiammo delle occhiatine complici e finimmo per ridere tutti e due di gusto.

«Oh! Avete finito di tubare voi due?», ci strepitò contro Zanna per farsi sentire nel caos della discoteca. «Ragazzi, ho saputo da amici di Padova che c’è una discoteca molto bella vicino alla loro città. Mette su bellissima musica afro ed è molto ben frequentata, si chiama Arena Disco[3]. È a Solesino, un paese prima di Padova, venendo da Bologna. Noi e il resto della compagnia avremmo deciso di andarci a fare un salto domani. È aperta la domenica pomeriggio e ci vuole poco più di un’ora per arrivarci. Che ne dite voi due?»

«Per me va benissimo, Zanna, e credo di parlare anche per gli altri due spostati dei miei amici, tanto non avevamo programmi particolari domani né avevamo voglia di andare al Panda[4], a Nonantola.»

Zanna annuì soddisfatto. «Perfetto, Lungo. E tu, Cinzia, che ne pensi? Verrai con le tue amiche?»

«Perché no, sembra un programma interessante», rispose lei.

«Okay, allora è fatta. Ci vediamo domani alle quattordici alla stazione delle corriere a Bologna», affermò Zanna molto soddisfatto.

Io gli sganciai uno sguardo interrogativo. «Zanna, guarda che se mi tiri un bidone ti prendo a calci nel sedere», lo minacciai.

«Tranquillo, Lungo, a te basta che ci siano delle ragazze e ti va sempre bene, e mi hanno detto che di belle ragazze l’Arena Disco è piena. Vedrai, scommetto che troverai qualcuna che ti farà dimenticare presto la Monica», mi disse per prendermi in giro.

«Sei un demente, Zanna», rimbeccai sorridendo.

«E te la mia “merdina molle”, Lungo.»

«È vero, sono la tua “merdina molle», ripetei divertito.

Tra noi due c’era da tempo quel modo di stuzzicarsi in maniera affettuosa, quasi fraterna.

Luca Manaresi, detto Zanna per la somiglianza con il personaggio Zanardi di Andrea Pazienza, era un ragazzo di appena diciotto anni. Biondo, occhi azzurri, naso aquilino, una grande faccia da schiaffi, ostentava sicurezza nei modi, cosa certo non facile alla sua età. Aveva quella bellezza particolare che, abbinata alla condotta un po’ guascona, piaceva tanto alle ragazze. Eppure Zanna era privo di quella bieca arroganza di chi faceva della propria bellezza un’arma da usare con poco scrupolo. Questo fu uno dei motivi che me lo fece piacere fin da subito.

Io e Zanna ci eravamo conosciuti al Chicago tramite amicizie comuni e ci eravamo presi bene da subito, come se ci fossimo sempre conosciuti, tanto che eravamo finiti a fumare assieme al Biccio le canne che il Rosso rollava una dopo l’altra su in galleria: quest’ultimo, intuendo il legame naturale tra me e lui, lo aveva accolto come un fratello dividendo il suo preziosissimo fumo con lui.

La serata al Chicago andò avanti senza grandi emozioni, almeno per me. Anzi, mi sentii stranamente triste e per un momento ripensai alla mia ex ragazza di Modena, Monica, e al fatto che mi aveva appena mollato. Trascorsi il restante tempo in discoteca a ballare in pista avvolto dalla musica, cercando di non pensare a nulla. Poi, come al solito, finii in galleria a stordirmi di canne assieme ai miei amici del cuore, convinto che una “fattanza[5]” ben fatta fosse meglio che piangersi addosso.


[1] Nata dalle ceneri della vecchia discoteca Pap, era a Baricella nella bassa Bolognese. Divenne per elezione la mia discoteca. La mia seconda casa.

[2] Iconica discoteca situata a Lazise, sulle rive del Lago di Garda. Un simbolo per tutta la tribù Afro.

[3] Da me ritenuta una delle discoteche più belle, divenne da subito uno dei punti di riferimento nel panorama Afro nella zona di Padova.

[4] Discoteca di Nonantola, nel Modenese, famosa per la seconda sala, il “Pandino”, dove si mixava Afro.

[5] Condizione indotta dal fumare troppo hashish: la testa girava leggera e si incominciava a ridere per un nonnulla; tutto rallentava, compresi mente e corpo, e ci si sentiva in pace con sé stessi e con il mondo.

I Ragazzi del Columbus

Dopo lungo tempo ho deciso di rendere liberamente fruibili i primi due capitoli del libro. Oggi posterò la prima parte. Spero che gradirete. Un abbraccio alla tribù in attesa del raduno del 4 agosto al Living di Misano. Ciao


Capitolo 1

                              A zonzo avvolti dalla nebbia.

Il Rosso, che mi sedeva dietro, mi passò la canna che aveva appena finito di rollare. Ne tirai due grandi boccate a pieni polmoni, restituendo una fumata dall’inconfondibile aroma che riempì presto l’abitacolo.

La notte era scesa rapida in quella fredda giornata di gennaio dell’83. Una nebbia lattiginosa, come fumo denso nascondeva i contorni della Bolognina, il quartiere dove abitavo. Era sabato sera, e con il Biccio e il Rosso ero sulla mia Renault 4 GL beige. Andavamo a Baricella per ballare al Chicago.

«Allora, Lungo? Hai davvero rotto con la Monica di Modena?», mi domandò il Rosso.

«Sì, abbiamo rotto. Anzi, mi ha mollato lei, la stronza», replicai lapidario mentre passavo la canna al Bicciardi, detto il Biccio, che mi sedeva a fianco.

«Mi dispiace, Lungo, e guarda che sono sincero», mi assicurò il Rosso.

Alzai le spalle per dire che non me ne fregava, e invece me ne fregava, eccome se me ne fregava, ma non volevo darlo a vedere ai miei amici.

Il Biccio,  che di nome faceva Mauro ed era un ragazzone grande e grosso con una testa riccia di capelli lunghi, mi diede una pacca sulla spalla, bella forte. «Ben fatto, caro, così adesso sei libero come noi, sei un uccellino fuggito dalla gabbia pronto a scopare altre passere, che bella notizia.» Rise sguaiatamente mentre tirava grandi boccate dalla canna. Al Biccio non mancava certo l’intelligenza né l’arguzia tipica dei contadini della bassa bolognese, ma di sicuro non aveva l’educazione di un lord Inglese. I suoi modi


un po’ rudi erano la corazza di un animo molto sensibile e generoso, ed io, che avevo imparato a conoscerlo, col tempo avevo finito per adorarlo.

Io e lui ci eravamo conosciuti una sera d’estate durante una delle mie scorribande in bicicletta da nonna Ada, dove mamma portava spesso me e mio fratello più piccolo durante le vacanze scolastiche. Nonna Ada, vedova di guerra, viveva in una grande palazzina di nuova costruzione a Castelmaggiore, paese della Bassa Bolognese, là dove i campi coltivati lambivano i primi abitati e dove i segni del grande boom economico, in quei primi anni Sessanta, emergevano anche nella provincia modificando per sempre il panorama urbanistico delle campagne.

Il podere che confinava con la casa di mia nonna era proprio quello dei Bicciardi. Una sera di giugno, complice il grande caldo, dopo aver cenato ero sgattaiolato con la bici tra i campi coltivati vicino a casa. Ben presto, stanco di pedalare, mi ero messo per noia a tirare sassi nel grande stagno popolato dalle rane, che era dentro alla proprietà dei genitori del Biccio. Ero talmente preso a tirare sassetti arrotondati nell’acqua melmosa dello stagno da non accorgermi che lui e i suoi amici, cavalcando le loro biciclette, mi erano arrivati alle spalle.

«Ehi, tu! Smettila, che stai facendo? Mi spaventi tutte le rane, vattene dal mio stagno.»

Mi girai di scatto: un bambinone dalla testa riccia, tutto paonazzo in volto, buttata giù la bicicletta, mi veniva incontro con bellicosi propositi. Appena si avvicinò mi spinse, senza tanti complimenti, così forte da farmi finire in acqua. Il Biccio e i suoi amici risero e, quando mi videro tutto zuppo d’acqua melmosa guadagnare la riva, cominciarono a prendermi in giro. Le loro risa di scherno mi fecero avvampare dalla rabbia: mi scagliai con tutta la forza contro il mio grosso avversario roteando i pugni. Finì che ce le suonammo di santa ragione, lì sull’argine dello stagno, e io rimasi, con mia grande sorpresa, vincitore quando un mio pugno del tutto casuale lo colpì sul naso facendolo sanguinare. Il Biccio alla vista del sangue piagnucolò spaventato, mettendosi poi a correre verso casa. Quando mostrai i pugni anche ai suoi amici in segno di sfida, si dispersero velocemente pedalando fuori dalla mia vista.

Tornato di corsa a casa tutto pesto e bagnato, mi buscai una bella ramanzina da nonna che mi costrinse, molto arrabbiata, a raccontarle tutto l’accaduto. Il giorno dopo nonna Ada mi trascinò per un orecchio a casa dei Bicciardi per chiedere scusa per la violenta baruffa. Finì che io e il Biccio facemmo pace e da quel momento diventammo, come spesso capitava tra ragazzini, inseparabili.

«Falla finita, Biccio, e passa anche a me quella canna che me la finisci tutta», lo apostrofò il Rosso per non sottostare all’immancabile destino di doversi tirare il filtrino e poco altro quando non era lui ad accendere la canna.

Il Rosso, che di nome faceva Renzo Gazzotti, era rosso di capelli e di passione, ed era il mio compagno di scuola fin dalle elementari. Eravamo nati lo stesso anno, io in marzo e lui in luglio, e abitavamo nella stessa via, a pochi civici l’uno dall’altro, alla Bolognina. Le nostre strade a livello scolastico si erano divise quando, finite le medie, io scelsi il liceo Scientifico e lui le scuole tecniche. Di fatto la nostra amicizia non ne aveva risentito, almeno fino al conseguimento dell’agognato diploma: mentre io mi ero iscritto all’Università nella mia città, il Rosso era partito per la naia. Quell’anno di servizio obbligatorio in divisa lo aveva cambiato nel profondo. Per superare le frustrazioni della vita militare e i soprusi del nonnismo subito in caserma era diventato un cannaiolo impenitente. E non aveva più smesso.

Appena ci inoltrammo nel cuore della campagna, il buio e la nebbia finirono per inghiottirci completamente e la guida divenne difficoltosa.

«Maledetta nebbia!», sbottai, «Non si vede nulla, zio prete.»

«Stai calmo, Lungo. Tieni, fatti una tirata», mi suggerì il Rosso passandomi un’altra canna.

Il Biccio, preoccupato di rimanere senza niente, sbuffò contrariato. «Oh! Lasciatemene un tiro, ragazzi.»

Fumavo nervosamente mentre guidavo a naso in quel nulla niveo, fidandomi più del mio istinto che di quel po’ di strada che supponevo di intravedere.

Finalmente, dopo un viaggio che parve eterno, arrivammo a Baricella. Imboccando la via Pedora l’insegna del Chicago ci accolse e guidò come un faro fino all’ingresso del locale…….

Fine prima parte…..

Saltellando al Columbus

E’ da moto tempo che non scrivo sul blog e me ne dispiace. Ma le vicissitudini della vita spesso ti portano a guardare altrove. Per esempio al secondo Romanzo che ho già terminato e che è in fase di Editing. Invero tutt’altra storia e personaggi, una nuova avventura ambientata ai giorni nostri perché non avevo intenzione di dare un seguito ai “I Ragazzi del Columbus”. Per questo ho riconsiderato lo scrivere sul Blog per continuare a parlare dei nostri tempi. Per parlare di quegli anni d’oro. L’eldorado dei nostri vent’anni.

Le ciabattine indiane

L’arrivo dell’estate mi portava sempre a Riccione al nostro adorato Piazzale. E con l’arrivo dell’afa torrida arrivavano le famigerate ciabattine indiane. Quei miseri sandalini di cuoio da due soldi con un anella a fermare l’alluce del piede e quella misera cordellina doppia che, partendo tra l’alluce e il secondo dito, si collegava poi alla fascia che ti serrava il collo del piede. Ecco io litigavo sempre con questi sandali perché mi duravano veramente poco. E il bello era che mi si rompevano sempre di sera mentre magari percorrevo in lungo in largo il Columbus, saltando come una libellula affamata di polline da un gruppo all’altro. In genere mi si rompeva quella destra,  forse per il mio modo deciso di camminare, così rimanevo seduto sul muretto arrabbiato a sacramentare tra me. Quando succedeva non avevo molte alternative. Spesso me ne andavo in giro scalzo, con i piedi diventati neri come carboni, fino al primo negozio che le vendeva e me ne comperavo un altro paio. Il fatto che me ne comperassi subito un altro paio non era perché le adorassi, anzi affatto, era solo che costavano veramente poco, o almeno relativamente poco per le mie magre tasche. Ricordo una volta che stavo amabilmente chiacchierando con un’amica , forse la stavo corteggiando, all’improvviso cedette il cordino del sandalo destro e io per non cadere inciampandoci sopra, incominciai a zampettare  sulla gamba sinistra mentre saltellando tenevo la destra alzata con quella maledetta ciabatta appesa che sembrava prendermi per il culo. Mi dovetti fermare. Lei se accorse solo poco dopo quando era già scomparsa tra la folla del Columbus. Intorno avevo i miei amici che scoppiarono a ridere.  Il Columbus era anche questo. Tante piccole storie anonime, banali forse ma che rendevano il tutto così divertente, quasi magico.

Il CHICAGO DISCO

Un paio di settimane fa ho avuto la fortuna di andare ad un evento, a Torino, a cui ero stato invitato dal mio amico Nello Iemma. Il Dj ospite e Guest Star di questa serata sarebbe stato Meo.  Così  sembrò naturale accordarmi con Meo che abita ora a Riccione per fare il viaggio assieme. Il viaggio di andata è stata una cavalcata di ricordi e aneddoti su quella stupenda discoteca che è stata il Chicago. Nata dalla volontà di Bibi Ballandi per trasformare l’allora Pap nella ben più nota discoteca Chicago. Ed il Chicago nacque bene con quella sua pista grandissima per il periodo, poche sedute perché per scelta dei DJ il locale era nato per fare ballare la gente. Direi scelta azzeccata perché di ragazzi questo tempio della musica ne ha fatti ballare davvero tanti. Io ricordo che dopo un viaggio nella bassa, con una nebbia che bisognava tagliarla col coltello, sulla mia PX 150 blu raggiunsi Via Pedora. Era febbraio 1980, una domenica pomeriggio. Fu amore a prima vista, amore per il luogo, per la gente splendida che la frequentava. Amore per la musica che mi rapì in maniera incondizionata. Fu amore incondizionato. I sabati sera finirono per essere una tappa fissa. Il Chicago divenne la mia seconda casa. Conoscevo ogni suo angolo, adoravo le sue scale piene di gente, e adoravo ancora di più la galleria a gradoni, testimone silenziosa e complice di tutte quelle volte che baciavo con passione altre labbra che volevano dissetare le mie. Perché il Chicago non era solo strafarsi di canne, certo c’era anche quello eccome , perché volerselo negare, ma era anche passione e amore. Sì perché le ragazze del Chicago erano stupende. Giovani ragazze che stavano sbocciando in splendide donne ed io finii per inebriarmi del loro modo di vestire così sexy, del loro profumo di patchouly , delle loro cadenze e inflessioni nel parlare, del modo così profondo e sensuale con il quale ti catapultavano in un mondo meraviglioso quale quello delle donne. E poi gli amici. quelli veri, quelli con il quale hai condiviso tutto e tanto della mia vita. Quelli che ho poi ritrovato immutati 30 anni dopo. Amicizia e Amore avvolto dalla musica, cosa potevo volere di più dalla vita? Cosa potevo pretendere di più? Questo era il Chicago e ho così tanti ricordi ed emozioni legate a questo luogo che non potete immaginare l’emozione grandissima quando ho saputo di essere l’ospite d’onore a Chicagoland a Baricella il 29 giugno. Io non so se non riuscirò a non commuovermi quando dovrò parlare dal palco, ma sarà bellissimo essere di nuovo lì assieme alla mia tribù. Chicago e la storia continua……..

Buona Pasqua a tutti voi che mi seguite. Auguri Baiosi .

LO SQUALO DELLO ZIO DEL BICCIO.

Racconto inedito.

Era già primavera inoltrata, un sabato sera, e come solito ero andato a prendere il mio amico Rosso con la mia R4. Il Rosso abitava nel mio stesso quartiere a solo due isolati dopo il mio. Quando giunsi nei pressi di casa sua, intravidi la sua figura appoggiata al muro del palazzo, vicino all’entrata. Quando mi vide arrivare si fece incontro.

«Ciao Lungo» mi apostrofò avvicinandosi alla mia auto.

«Ciao Rosso.»

Il mio amico salì di fianco a me.

«Ci siamo?» Mi interrogò.

«Sì ci siamo, siamo carichi. Stasera ci divertiamo Rosso vedrai.»Risposi entusiasta.

Appena avviai l’auto mi accorsi che il Rosso aveva già una canna pronta.

«Mi sono messo avanti con i festeggiamenti Lungo. Questa la accendiamo appena tiriamo su il Biccio.» Disse sornione riponendola nel taschino della camicia.

Il Biccio abitava in aperta campagna vicino a Castemaggiore, così ci volle un po’ di tempo prima di arrivare nell’aia della sua casa da contadino.  

« Ehi Rosso c’è uno Squalo davanti a casa sua. Di chi sarà?» Esclamai sorpreso.

Il Rosso fece spallucce.

«Non ne ho idea ma non credo che sia suo.» Mi rispose.

Il Biccio che ci aveva sentito arrivare comparve sulla soglia di casa.

«Ciao ragazzi.»Ci apostrofò appena scendemmo dall’auto.

«Ciao Biccio. Ma cosa è questa novità ?» Dissi indicando la bellissima DS azzurra col tetto bianco parcheggiata nell’aia.

«E’ di mio Zio, quello che ha l’azienda alimentare. Me lo ha prestata dopo che gli ho rotto le scatole per una giornata intera. Alla fine ha ceduto stufo delle mie continue richieste e mi ha allungato le chiavi. Stasera usiamo questa per andare al Chicago.»Fece l’occhiolino con aria soddisfatta il Biccio

«Benone allora lascio qui la mia auto.» Asserii non senza emozione.

Parcheggiai la mi R4 nell’aia vicino alla cuccia di Birillo che era il suo cagnone bastardo nero. Eravamo eccitati ed emozionati. A me non capitava troppo spesso, anzi quasi mai a dire il vero di salire su una Dea. Il Biccio era già al posto di guida ed il Rosso salì dietro. Mi avevano lasciato come solito il posto dal lato guida essendo io alto. Salii con reverenza sulla Dea. La seduta morbida dei suoi sedili panna mi accolse avvolgendomi. Sì si stava sempre da Dio sopra una DS. ” Questo è un vero ferro. ( Auto N.d.R.)” Pensai.

«Lungo ti sei azzittito? Bella la macchina di mio zio vero?»

Mi incalzò il Biccio che ben sapeva del mio amore per questa stupenda auto.

Annuii in estasi. Il Rosso venne colto da uno sghignazzo maligno. Lui che lavorava in Citroen ben conosceva il mio desiderio inesaudito di possederne una.

«Oggi ne ho riparata una di un vecchietto uguale uguale a questa.» Forse la vende a poco ti interessa Lungo?» Disse il mio amico prendendomi in giro.

«Vai a quel paese Rosso. Lo sai che quel taccagno di mio padre non schioda una lira per comperarmi uno squalo. E poi vai cagare mezzo amico.» Smoccolai.

Il Rosso ed il Biccio risero entrambi mentre l’auto lentamente imboccava il vialetto d’ingresso della grande casa di campagna. Appena fummo sulla provinciale il Rosso si accese la canna tirando beatamente un paio di grosse boccate. Il fumo denso invase l’abitacolo diffondendo su tutto il suo aroma tipico.

«Se ci potesse vedere tuo zio.» Esclamai divertito.

«Ma non c’è.» Rispose ridendo il Biccio che prese a fumare la canna che il Rosso gli aveva appena passato.

«Te ultimo Lungo stavolta ti tocca. Dobbiamo battezzare la Squalo dei Bicciardi.»

«Si ma Cazzo il Biccio se la sta fumando tutta!» Esclamai.

Il Rosso ed il Biccio si misero a sghignazzare.

«A te niente Lungo. Sei una Pippa. Ti toccherà forse il prossimo giro. Adesso ne rollo un’altra. Tranquillo.»

Feci un gesto secco per mandarli a quel paese mentre guardavo contrariato, fuori dal finestrino il nulla che stavamo attraversando nel buio. Intanto il Rosso si dava un grand’affare nel confezionare un’altra canna. Finitala di rollare me la passò poi con un sorriso.

«Tieni mò permalosone.»

«Ma vai a quel paese.» Dissi stizzito.

«La vuoi o no? Guarda che non te lo chiederò una seconda volta.» Disse in tono di sfida il mio amico fulvo di capelli.

«Falla finita Rosso e dammela.»

Il Rosso me la passò soddisfatto ed io l’accesi contento mettendo fine alle nostre solite inutili baruffe. Ben presto arrivammo al Chicago. Via Pedora era affollata di tanti ragazzi. Molti appena ci videro arrivare sbirciarono dentro l’abitacolo per cercare di intuire di chi fosse lo squalo. Le più curiose ovviamente erano le ragazze. Il Biccio gonfiò il petto soddisfatto. Come dargli torto del resto, avere uno squalo era motivo di grande ammirazione per le ragazze, si era per forza Fighi. Così io desideravo più di tutto quell’auto proprio per essere ammirato, per essere anche io un Figo, e invece quello con cui mi ritrovavo a fare i conti era la mia invidia per chi quell’auto la possedeva davvero.

«Guarda quanta gente che c’è fuori.»Esclamò il Rosso.

«Abbiamo il comitato di ricevimento tra un po’. Guarda quante ragazze ci stanno guardando. Adesso avete capito perché rompo le scatole per questa cazzo d’auto.» Sibilai.

Il Biccio che era tutto concentrato sulla guida sfilò lentamente davanti all’entrata come un re su un cocchio, e la Squalo lo era un’auto regale e con il dovuto rispetto la folla si fece largo al nostro lento passaggio. Il Biccio  cercava con ansia un buco sulla strada per parcheggiare l’auto. Fummo fortunati e trovammo un parcheggio adatto per lo Squalo poco distante dal Chicago in fondo alla strada. Il Biccio scese trionfante dall’auto. Io mi fermai un attimo a rimirare la linea della Dea affascinato.

«Andiamo?» Mi sollecitò il Rosso riportandomi alla realtà, poi continuò. «Hai portato i biglietti usati?»

«Certamente. Ne ho un po’ ma secondo me stasera potrebbe essere rosso scuro.» Asserii

«Vediremo subito.»Trillò il Biccio che si sforzava di sbirciare che tipo di biglietto usato dessero alla cassa. «Sì è Rosso scuro.»Sussurrò.

I biglietti del Chicago venivano venduti completi di matrice e consumazione. All’entrata ti veniva tolta la matrice e ti rimaneva un biglietto quadrato con il logo del locale e con attaccata la consumazione. I biglietti erano colorati ed il colore variava di settimana in settimana. Il locale prese l’abitudine, come dire, per “risparmiare” qualche soldino di riciclare i biglietti che spesso venivano lasciati dai ragazzi al bar assieme alla consumazione. Il sabato dopo questi biglietti con la consumazione attaccata ma non la matrice venivano rivenduti anche se biglietti usati. Noi che andavamo tutti i sabati sera e che eravamo molto attenti ce ne accorgemmo presto di questo fatto e così imparammo a collezionarli, risparmiando la consumazione. Incominciammo così ad entrare a scrocco. Quella sera grazie ai biglietti rosso scuro entrammo tutti e tre Gratis. Dentro il Chicago era già affollato e c’era già la nostra compagnia. Riconobbi Zanna per primo. Mi avvicinai contento.

«Ciao Zanna! Tutto ok?» Lo apostrofai.

«Ecco la mia merdina molle. Ciao Lungo.» Mi rispose prendendomi in giro.

«Mi mancavano i tuoi appellativi da Epica greca da due soldi. Piuttosto ce n’è di penna stasera Zanna?» Chiesi sarcasticamente.

«Non so giudica tu Lungo. E’ pieno di belle baiose c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ma a te mi sa che non interessino mica vero?»

«Vorrei vedere. Non saremmo al Chicago se no? E poi se permetti vai a cagare Zanna»Affermai con tono ironico.

Ci abbracciammo felici perché l’amicizia, quella vera, aveva bisogno anche di momenti divertenti, di prendersi in giro. Era la confidenza di chi sapeva che poteva permettersi di ridere di se stessi e degli altri con leggerezza, ma nel rispetto reciproco senza falsità e ipocrisie. Trascorsi l’intera serata tra la pista a ballare con le mie amiche di Bologna, la Bea e la Teresa e su in galleria con il Rosso e il Biccio a fumare canne. Per  una volta andava pure bene stare con i tuoi amici a ridere e scherzare e a ballare. Non era poi così importante se non passavi una notte a limonarci su in galleria. In quel momento non stavo con nessuna così mi godetti un momento di quieta spensieratezza. Del resto era la spensieratezza una dei doni che la giovinezza dei nostri vent’anni ci regalava ed erano momenti di pura magia. Me ne accorsi anni dopo quando dovetti fare i conti con le tante responsabilità quotidiane che non ti davano mai tregua. La gioventù aveva un sapore che era difficile dimenticare. Ti faceva vivere sempre su, nel cielo, con il cuore a mille, con quelle sensazioni amplificate che ti facevano amare la vita. Sensazioni vere ed emozionanti come fu emozionate per un giorno andare a zonzo con lo Squalo azzurro dello zio del Biccio. Certo era forse poca cosa ma per me erano le piccole cose, quelle che dovevi sapere cogliere ed assaporare perché vere, che rendevano tutto così meravigliosamente bello come era  bella la nostra Vita da ragazzi liberi.