I Ragazzi del Columbus

Capitolo Primo

Parte seconda

Finalmente, dopo un viaggio che parve eterno, arrivammo a Baricella. Imboccata la via Pedora l’insegna del Chicago[1] ci accolse e guidò come un faro fino all’ingresso del locale.

Entrati nella affollatissima discoteca, la musica subito ci avvolse calda. In consolle come al solito c’erano i due DJ resident. Oltrepassammo il bar per dirigerci al lato destro della pista, dove c’era la seconda scala che portava su alla galleria. Lì vicino incontrammo tutti i ragazzi della mia comitiva “la compagnia dei bolognesi”, come presero a chiamarci coloro che venivano da altre città. Tanti, ragazzi e ragazze, così diversi tra loro ma uniti come non mai; ragazzi con tanti sogni in testa, con la voglia di cambiare, forse tutto, forse niente, tante speranze, così tanta vita ancora.

Tra loro notai subito Zanna che, appena mi vide, sorrise e con un gesto rapido si spostò i lunghi capelli biondi dietro le orecchie.

«Ciao, Lungo. Ciao, ragazzi.»

«Ciao, Zanna.» Ero contento di rivederlo. Ci abbracciammo. Io e Zanna eravamo affratellati oramai da una franca amicizia nata proprio dentro al Chicago.

Dopo finii di salutare la compagnia. Cinzia, la mia amica del cuore, fu l’ultima. La Cinzia era bella come il sole, soprattutto quando sorrideva perché coinvolgeva anche i profondi occhi scuri che le illuminavano il viso dolce contornato da lunghi capelli neri.

Io e Cinzia eravamo solo amici oramai. Una notte a Lazise, sulle rive del Lago di Garda, dopo una serata trascorsa alla discoteca Cosmic[2], io e Cinzia finimmo per dormire assieme, complici le numerose canne che avevano allentato i nostri freni inibitori. Quella notte scopammo, infilati stretti nel mio sacco a pelo.

La mattina dopo, Cinzia mi ignorò completamente per tutta la domenica. Prima di tornare a casa, davanti a un caffè, in un bar lungolago, trovai il coraggio di prenderla da parte e parlarle.

«Riguardo a stanotte?», le chiesi mentre, con fare nervoso, giravo il cucchiaino nella tazzina.

Lei mi scrutava seria con i profondi occhi scuri. «Stanotte, Lungo, è stato molto bello davvero. Ne avevo voglia e avevo voglia di farlo con te, credimi; però, se ti dico la verità, prometti di non prendertela?»

Annuii mentre continuavo a tormentare la tazzina col cucchiaino.

«Vedi, Lungo, è semplice: io non sono fatta per fermarmi. Non ora almeno, mi voglio solo divertire, tutto qua.»

Me lo immaginavo che avesse quello da dirmi, ma fui comunque assalito da imbarazzo e distolsi lo sguardo. In cuor mio faticavo ad accettare di essere stato scaricato così presto da lei. Mi chiusi nelle spalle e riuscii solo a mormorare un lapidario: «Va bene anche per me.»

Buttai giù il boccone amaro e accettai la sua decisione. Col tempo imparai ad apprezzare il suo modo diretto e sincero di dire le cose, e io, che ero già contento di averla avuta almeno per una notte, finii per donarle la mia amicizia. Entrammo persino in confidenza, tanto che spesso mi divertivo a indicarle le ragazze che mi piacevano per chiederle sempre un parere o un consiglio, in un sottile gioco psicologico a cui lei sottostava volentieri con quella leggerezza tutta femminile che mi faceva impazzire.

Io e Cinzia ci abbracciammo e ci scambiammo due innocenti baci sulla guancia.

«Ho saputo che hai rotto con la Monica, Lungo.»

«No, non ho rotto con la Monica, mi ha mollato lei, ma meglio così: era già da un mese che ci frequentavamo e la cosa cominciava a starmi stretta», mentii, e d’istinto abbassai lo sguardo.

«Sì, certo», commentò lei scettica. «Monica ti piaceva eccome.»

«Ti sbagli, per me era solo sesso, magari buon sesso ma sempre e solo sesso.» Sorrisi mentre la guardavo dritto negli occhi.

«Sì, sì, solo sesso? Doveva essere proprio vero, Lungo.» Gli occhi le brillarono furbetti.

«Sei terribile», mugugnai.

«Lo so», confermò compiaciuta.

«Sei proprio bella per questo, perché sei vera.»

Ci scambiammo delle occhiatine complici e finimmo per ridere tutti e due di gusto.

«Oh! Avete finito di tubare voi due?», ci strepitò contro Zanna per farsi sentire nel caos della discoteca. «Ragazzi, ho saputo da amici di Padova che c’è una discoteca molto bella vicino alla loro città. Mette su bellissima musica afro ed è molto ben frequentata, si chiama Arena Disco[3]. È a Solesino, un paese prima di Padova, venendo da Bologna. Noi e il resto della compagnia avremmo deciso di andarci a fare un salto domani. È aperta la domenica pomeriggio e ci vuole poco più di un’ora per arrivarci. Che ne dite voi due?»

«Per me va benissimo, Zanna, e credo di parlare anche per gli altri due spostati dei miei amici, tanto non avevamo programmi particolari domani né avevamo voglia di andare al Panda[4], a Nonantola.»

Zanna annuì soddisfatto. «Perfetto, Lungo. E tu, Cinzia, che ne pensi? Verrai con le tue amiche?»

«Perché no, sembra un programma interessante», rispose lei.

«Okay, allora è fatta. Ci vediamo domani alle quattordici alla stazione delle corriere a Bologna», affermò Zanna molto soddisfatto.

Io gli sganciai uno sguardo interrogativo. «Zanna, guarda che se mi tiri un bidone ti prendo a calci nel sedere», lo minacciai.

«Tranquillo, Lungo, a te basta che ci siano delle ragazze e ti va sempre bene, e mi hanno detto che di belle ragazze l’Arena Disco è piena. Vedrai, scommetto che troverai qualcuna che ti farà dimenticare presto la Monica», mi disse per prendermi in giro.

«Sei un demente, Zanna», rimbeccai sorridendo.

«E te la mia “merdina molle”, Lungo.»

«È vero, sono la tua “merdina molle», ripetei divertito.

Tra noi due c’era da tempo quel modo di stuzzicarsi in maniera affettuosa, quasi fraterna.

Luca Manaresi, detto Zanna per la somiglianza con il personaggio Zanardi di Andrea Pazienza, era un ragazzo di appena diciotto anni. Biondo, occhi azzurri, naso aquilino, una grande faccia da schiaffi, ostentava sicurezza nei modi, cosa certo non facile alla sua età. Aveva quella bellezza particolare che, abbinata alla condotta un po’ guascona, piaceva tanto alle ragazze. Eppure Zanna era privo di quella bieca arroganza di chi faceva della propria bellezza un’arma da usare con poco scrupolo. Questo fu uno dei motivi che me lo fece piacere fin da subito.

Io e Zanna ci eravamo conosciuti al Chicago tramite amicizie comuni e ci eravamo presi bene da subito, come se ci fossimo sempre conosciuti, tanto che eravamo finiti a fumare assieme al Biccio le canne che il Rosso rollava una dopo l’altra su in galleria: quest’ultimo, intuendo il legame naturale tra me e lui, lo aveva accolto come un fratello dividendo il suo preziosissimo fumo con lui.

La serata al Chicago andò avanti senza grandi emozioni, almeno per me. Anzi, mi sentii stranamente triste e per un momento ripensai alla mia ex ragazza di Modena, Monica, e al fatto che mi aveva appena mollato. Trascorsi il restante tempo in discoteca a ballare in pista avvolto dalla musica, cercando di non pensare a nulla. Poi, come al solito, finii in galleria a stordirmi di canne assieme ai miei amici del cuore, convinto che una “fattanza[5]” ben fatta fosse meglio che piangersi addosso.


[1] Nata dalle ceneri della vecchia discoteca Pap, era a Baricella nella bassa Bolognese. Divenne per elezione la mia discoteca. La mia seconda casa.

[2] Iconica discoteca situata a Lazise, sulle rive del Lago di Garda. Un simbolo per tutta la tribù Afro.

[3] Da me ritenuta una delle discoteche più belle, divenne da subito uno dei punti di riferimento nel panorama Afro nella zona di Padova.

[4] Discoteca di Nonantola, nel Modenese, famosa per la seconda sala, il “Pandino”, dove si mixava Afro.

[5] Condizione indotta dal fumare troppo hashish: la testa girava leggera e si incominciava a ridere per un nonnulla; tutto rallentava, compresi mente e corpo, e ci si sentiva in pace con sé stessi e con il mondo.

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I Ragazzi del Columbus

Dopo lungo tempo ho deciso di rendere liberamente fruibili i primi due capitoli del libro. Oggi posterò la prima parte. Spero che gradirete. Un abbraccio alla tribù in attesa del raduno del 4 agosto al Living di Misano. Ciao


Capitolo 1

                              A zonzo avvolti dalla nebbia.

Il Rosso, che mi sedeva dietro, mi passò la canna che aveva appena finito di rollare. Ne tirai due grandi boccate a pieni polmoni, restituendo una fumata dall’inconfondibile aroma che riempì presto l’abitacolo.

La notte era scesa rapida in quella fredda giornata di gennaio dell’83. Una nebbia lattiginosa, come fumo denso nascondeva i contorni della Bolognina, il quartiere dove abitavo. Era sabato sera, e con il Biccio e il Rosso ero sulla mia Renault 4 GL beige. Andavamo a Baricella per ballare al Chicago.

«Allora, Lungo? Hai davvero rotto con la Monica di Modena?», mi domandò il Rosso.

«Sì, abbiamo rotto. Anzi, mi ha mollato lei, la stronza», replicai lapidario mentre passavo la canna al Bicciardi, detto il Biccio, che mi sedeva a fianco.

«Mi dispiace, Lungo, e guarda che sono sincero», mi assicurò il Rosso.

Alzai le spalle per dire che non me ne fregava, e invece me ne fregava, eccome se me ne fregava, ma non volevo darlo a vedere ai miei amici.

Il Biccio,  che di nome faceva Mauro ed era un ragazzone grande e grosso con una testa riccia di capelli lunghi, mi diede una pacca sulla spalla, bella forte. «Ben fatto, caro, così adesso sei libero come noi, sei un uccellino fuggito dalla gabbia pronto a scopare altre passere, che bella notizia.» Rise sguaiatamente mentre tirava grandi boccate dalla canna. Al Biccio non mancava certo l’intelligenza né l’arguzia tipica dei contadini della bassa bolognese, ma di sicuro non aveva l’educazione di un lord Inglese. I suoi modi


un po’ rudi erano la corazza di un animo molto sensibile e generoso, ed io, che avevo imparato a conoscerlo, col tempo avevo finito per adorarlo.

Io e lui ci eravamo conosciuti una sera d’estate durante una delle mie scorribande in bicicletta da nonna Ada, dove mamma portava spesso me e mio fratello più piccolo durante le vacanze scolastiche. Nonna Ada, vedova di guerra, viveva in una grande palazzina di nuova costruzione a Castelmaggiore, paese della Bassa Bolognese, là dove i campi coltivati lambivano i primi abitati e dove i segni del grande boom economico, in quei primi anni Sessanta, emergevano anche nella provincia modificando per sempre il panorama urbanistico delle campagne.

Il podere che confinava con la casa di mia nonna era proprio quello dei Bicciardi. Una sera di giugno, complice il grande caldo, dopo aver cenato ero sgattaiolato con la bici tra i campi coltivati vicino a casa. Ben presto, stanco di pedalare, mi ero messo per noia a tirare sassi nel grande stagno popolato dalle rane, che era dentro alla proprietà dei genitori del Biccio. Ero talmente preso a tirare sassetti arrotondati nell’acqua melmosa dello stagno da non accorgermi che lui e i suoi amici, cavalcando le loro biciclette, mi erano arrivati alle spalle.

«Ehi, tu! Smettila, che stai facendo? Mi spaventi tutte le rane, vattene dal mio stagno.»

Mi girai di scatto: un bambinone dalla testa riccia, tutto paonazzo in volto, buttata giù la bicicletta, mi veniva incontro con bellicosi propositi. Appena si avvicinò mi spinse, senza tanti complimenti, così forte da farmi finire in acqua. Il Biccio e i suoi amici risero e, quando mi videro tutto zuppo d’acqua melmosa guadagnare la riva, cominciarono a prendermi in giro. Le loro risa di scherno mi fecero avvampare dalla rabbia: mi scagliai con tutta la forza contro il mio grosso avversario roteando i pugni. Finì che ce le suonammo di santa ragione, lì sull’argine dello stagno, e io rimasi, con mia grande sorpresa, vincitore quando un mio pugno del tutto casuale lo colpì sul naso facendolo sanguinare. Il Biccio alla vista del sangue piagnucolò spaventato, mettendosi poi a correre verso casa. Quando mostrai i pugni anche ai suoi amici in segno di sfida, si dispersero velocemente pedalando fuori dalla mia vista.

Tornato di corsa a casa tutto pesto e bagnato, mi buscai una bella ramanzina da nonna che mi costrinse, molto arrabbiata, a raccontarle tutto l’accaduto. Il giorno dopo nonna Ada mi trascinò per un orecchio a casa dei Bicciardi per chiedere scusa per la violenta baruffa. Finì che io e il Biccio facemmo pace e da quel momento diventammo, come spesso capitava tra ragazzini, inseparabili.

«Falla finita, Biccio, e passa anche a me quella canna che me la finisci tutta», lo apostrofò il Rosso per non sottostare all’immancabile destino di doversi tirare il filtrino e poco altro quando non era lui ad accendere la canna.

Il Rosso, che di nome faceva Renzo Gazzotti, era rosso di capelli e di passione, ed era il mio compagno di scuola fin dalle elementari. Eravamo nati lo stesso anno, io in marzo e lui in luglio, e abitavamo nella stessa via, a pochi civici l’uno dall’altro, alla Bolognina. Le nostre strade a livello scolastico si erano divise quando, finite le medie, io scelsi il liceo Scientifico e lui le scuole tecniche. Di fatto la nostra amicizia non ne aveva risentito, almeno fino al conseguimento dell’agognato diploma: mentre io mi ero iscritto all’Università nella mia città, il Rosso era partito per la naia. Quell’anno di servizio obbligatorio in divisa lo aveva cambiato nel profondo. Per superare le frustrazioni della vita militare e i soprusi del nonnismo subito in caserma era diventato un cannaiolo impenitente. E non aveva più smesso.

Appena ci inoltrammo nel cuore della campagna, il buio e la nebbia finirono per inghiottirci completamente e la guida divenne difficoltosa.

«Maledetta nebbia!», sbottai, «Non si vede nulla, zio prete.»

«Stai calmo, Lungo. Tieni, fatti una tirata», mi suggerì il Rosso passandomi un’altra canna.

Il Biccio, preoccupato di rimanere senza niente, sbuffò contrariato. «Oh! Lasciatemene un tiro, ragazzi.»

Fumavo nervosamente mentre guidavo a naso in quel nulla niveo, fidandomi più del mio istinto che di quel po’ di strada che supponevo di intravedere.

Finalmente, dopo un viaggio che parve eterno, arrivammo a Baricella. Imboccando la via Pedora l’insegna del Chicago ci accolse e guidò come un faro fino all’ingresso del locale…….

Fine prima parte…..

Saltellando al Columbus

E’ da moto tempo che non scrivo sul blog e me ne dispiace. Ma le vicissitudini della vita spesso ti portano a guardare altrove. Per esempio al secondo Romanzo che ho già terminato e che è in fase di Editing. Invero tutt’altra storia e personaggi, una nuova avventura ambientata ai giorni nostri perché non avevo intenzione di dare un seguito ai “I Ragazzi del Columbus”. Per questo ho riconsiderato lo scrivere sul Blog per continuare a parlare dei nostri tempi. Per parlare di quegli anni d’oro. L’eldorado dei nostri vent’anni.

Le ciabattine indiane

L’arrivo dell’estate mi portava sempre a Riccione al nostro adorato Piazzale. E con l’arrivo dell’afa torrida arrivavano le famigerate ciabattine indiane. Quei miseri sandalini di cuoio da due soldi con un anella a fermare l’alluce del piede e quella misera cordellina doppia che, partendo tra l’alluce e il secondo dito, si collegava poi alla fascia che ti serrava il collo del piede. Ecco io litigavo sempre con questi sandali perché mi duravano veramente poco. E il bello era che mi si rompevano sempre di sera mentre magari percorrevo in lungo in largo il Columbus, saltando come una libellula affamata di polline da un gruppo all’altro. In genere mi si rompeva quella destra,  forse per il mio modo deciso di camminare, così rimanevo seduto sul muretto arrabbiato a sacramentare tra me. Quando succedeva non avevo molte alternative. Spesso me ne andavo in giro scalzo, con i piedi diventati neri come carboni, fino al primo negozio che le vendeva e me ne comperavo un altro paio. Il fatto che me ne comperassi subito un altro paio non era perché le adorassi, anzi affatto, era solo che costavano veramente poco, o almeno relativamente poco per le mie magre tasche. Ricordo una volta che stavo amabilmente chiacchierando con un’amica , forse la stavo corteggiando, all’improvviso cedette il cordino del sandalo destro e io per non cadere inciampandoci sopra, incominciai a zampettare  sulla gamba sinistra mentre saltellando tenevo la destra alzata con quella maledetta ciabatta appesa che sembrava prendermi per il culo. Mi dovetti fermare. Lei se accorse solo poco dopo quando era già scomparsa tra la folla del Columbus. Intorno avevo i miei amici che scoppiarono a ridere.  Il Columbus era anche questo. Tante piccole storie anonime, banali forse ma che rendevano il tutto così divertente, quasi magico.

Il CHICAGO DISCO

Un paio di settimane fa ho avuto la fortuna di andare ad un evento, a Torino, a cui ero stato invitato dal mio amico Nello Iemma. Il Dj ospite e Guest Star di questa serata sarebbe stato Meo.  Così  sembrò naturale accordarmi con Meo che abita ora a Riccione per fare il viaggio assieme. Il viaggio di andata è stata una cavalcata di ricordi e aneddoti su quella stupenda discoteca che è stata il Chicago. Nata dalla volontà di Bibi Ballandi per trasformare l’allora Pap nella ben più nota discoteca Chicago. Ed il Chicago nacque bene con quella sua pista grandissima per il periodo, poche sedute perché per scelta dei DJ il locale era nato per fare ballare la gente. Direi scelta azzeccata perché di ragazzi questo tempio della musica ne ha fatti ballare davvero tanti. Io ricordo che dopo un viaggio nella bassa, con una nebbia che bisognava tagliarla col coltello, sulla mia PX 150 blu raggiunsi Via Pedora. Era febbraio 1980, una domenica pomeriggio. Fu amore a prima vista, amore per il luogo, per la gente splendida che la frequentava. Amore per la musica che mi rapì in maniera incondizionata. Fu amore incondizionato. I sabati sera finirono per essere una tappa fissa. Il Chicago divenne la mia seconda casa. Conoscevo ogni suo angolo, adoravo le sue scale piene di gente, e adoravo ancora di più la galleria a gradoni, testimone silenziosa e complice di tutte quelle volte che baciavo con passione altre labbra che volevano dissetare le mie. Perché il Chicago non era solo strafarsi di canne, certo c’era anche quello eccome , perché volerselo negare, ma era anche passione e amore. Sì perché le ragazze del Chicago erano stupende. Giovani ragazze che stavano sbocciando in splendide donne ed io finii per inebriarmi del loro modo di vestire così sexy, del loro profumo di patchouly , delle loro cadenze e inflessioni nel parlare, del modo così profondo e sensuale con il quale ti catapultavano in un mondo meraviglioso quale quello delle donne. E poi gli amici. quelli veri, quelli con il quale hai condiviso tutto e tanto della mia vita. Quelli che ho poi ritrovato immutati 30 anni dopo. Amicizia e Amore avvolto dalla musica, cosa potevo volere di più dalla vita? Cosa potevo pretendere di più? Questo era il Chicago e ho così tanti ricordi ed emozioni legate a questo luogo che non potete immaginare l’emozione grandissima quando ho saputo di essere l’ospite d’onore a Chicagoland a Baricella il 29 giugno. Io non so se non riuscirò a non commuovermi quando dovrò parlare dal palco, ma sarà bellissimo essere di nuovo lì assieme alla mia tribù. Chicago e la storia continua……..

Buona Pasqua a tutti voi che mi seguite. Auguri Baiosi .

LO SQUALO DELLO ZIO DEL BICCIO.

Racconto inedito.

Era già primavera inoltrata, un sabato sera, e come solito ero andato a prendere il mio amico Rosso con la mia R4. Il Rosso abitava nel mio stesso quartiere a solo due isolati dopo il mio. Quando giunsi nei pressi di casa sua, intravidi la sua figura appoggiata al muro del palazzo, vicino all’entrata. Quando mi vide arrivare si fece incontro.

«Ciao Lungo» mi apostrofò avvicinandosi alla mia auto.

«Ciao Rosso.»

Il mio amico salì di fianco a me.

«Ci siamo?» Mi interrogò.

«Sì ci siamo, siamo carichi. Stasera ci divertiamo Rosso vedrai.»Risposi entusiasta.

Appena avviai l’auto mi accorsi che il Rosso aveva già una canna pronta.

«Mi sono messo avanti con i festeggiamenti Lungo. Questa la accendiamo appena tiriamo su il Biccio.» Disse sornione riponendola nel taschino della camicia.

Il Biccio abitava in aperta campagna vicino a Castemaggiore, così ci volle un po’ di tempo prima di arrivare nell’aia della sua casa da contadino.  

« Ehi Rosso c’è uno Squalo davanti a casa sua. Di chi sarà?» Esclamai sorpreso.

Il Rosso fece spallucce.

«Non ne ho idea ma non credo che sia suo.» Mi rispose.

Il Biccio che ci aveva sentito arrivare comparve sulla soglia di casa.

«Ciao ragazzi.»Ci apostrofò appena scendemmo dall’auto.

«Ciao Biccio. Ma cosa è questa novità ?» Dissi indicando la bellissima DS azzurra col tetto bianco parcheggiata nell’aia.

«E’ di mio Zio, quello che ha l’azienda alimentare. Me lo ha prestata dopo che gli ho rotto le scatole per una giornata intera. Alla fine ha ceduto stufo delle mie continue richieste e mi ha allungato le chiavi. Stasera usiamo questa per andare al Chicago.»Fece l’occhiolino con aria soddisfatta il Biccio

«Benone allora lascio qui la mia auto.» Asserii non senza emozione.

Parcheggiai la mi R4 nell’aia vicino alla cuccia di Birillo che era il suo cagnone bastardo nero. Eravamo eccitati ed emozionati. A me non capitava troppo spesso, anzi quasi mai a dire il vero di salire su una Dea. Il Biccio era già al posto di guida ed il Rosso salì dietro. Mi avevano lasciato come solito il posto dal lato guida essendo io alto. Salii con reverenza sulla Dea. La seduta morbida dei suoi sedili panna mi accolse avvolgendomi. Sì si stava sempre da Dio sopra una DS. ” Questo è un vero ferro. ( Auto N.d.R.)” Pensai.

«Lungo ti sei azzittito? Bella la macchina di mio zio vero?»

Mi incalzò il Biccio che ben sapeva del mio amore per questa stupenda auto.

Annuii in estasi. Il Rosso venne colto da uno sghignazzo maligno. Lui che lavorava in Citroen ben conosceva il mio desiderio inesaudito di possederne una.

«Oggi ne ho riparata una di un vecchietto uguale uguale a questa.» Forse la vende a poco ti interessa Lungo?» Disse il mio amico prendendomi in giro.

«Vai a quel paese Rosso. Lo sai che quel taccagno di mio padre non schioda una lira per comperarmi uno squalo. E poi vai cagare mezzo amico.» Smoccolai.

Il Rosso ed il Biccio risero entrambi mentre l’auto lentamente imboccava il vialetto d’ingresso della grande casa di campagna. Appena fummo sulla provinciale il Rosso si accese la canna tirando beatamente un paio di grosse boccate. Il fumo denso invase l’abitacolo diffondendo su tutto il suo aroma tipico.

«Se ci potesse vedere tuo zio.» Esclamai divertito.

«Ma non c’è.» Rispose ridendo il Biccio che prese a fumare la canna che il Rosso gli aveva appena passato.

«Te ultimo Lungo stavolta ti tocca. Dobbiamo battezzare la Squalo dei Bicciardi.»

«Si ma Cazzo il Biccio se la sta fumando tutta!» Esclamai.

Il Rosso ed il Biccio si misero a sghignazzare.

«A te niente Lungo. Sei una Pippa. Ti toccherà forse il prossimo giro. Adesso ne rollo un’altra. Tranquillo.»

Feci un gesto secco per mandarli a quel paese mentre guardavo contrariato, fuori dal finestrino il nulla che stavamo attraversando nel buio. Intanto il Rosso si dava un grand’affare nel confezionare un’altra canna. Finitala di rollare me la passò poi con un sorriso.

«Tieni mò permalosone.»

«Ma vai a quel paese.» Dissi stizzito.

«La vuoi o no? Guarda che non te lo chiederò una seconda volta.» Disse in tono di sfida il mio amico fulvo di capelli.

«Falla finita Rosso e dammela.»

Il Rosso me la passò soddisfatto ed io l’accesi contento mettendo fine alle nostre solite inutili baruffe. Ben presto arrivammo al Chicago. Via Pedora era affollata di tanti ragazzi. Molti appena ci videro arrivare sbirciarono dentro l’abitacolo per cercare di intuire di chi fosse lo squalo. Le più curiose ovviamente erano le ragazze. Il Biccio gonfiò il petto soddisfatto. Come dargli torto del resto, avere uno squalo era motivo di grande ammirazione per le ragazze, si era per forza Fighi. Così io desideravo più di tutto quell’auto proprio per essere ammirato, per essere anche io un Figo, e invece quello con cui mi ritrovavo a fare i conti era la mia invidia per chi quell’auto la possedeva davvero.

«Guarda quanta gente che c’è fuori.»Esclamò il Rosso.

«Abbiamo il comitato di ricevimento tra un po’. Guarda quante ragazze ci stanno guardando. Adesso avete capito perché rompo le scatole per questa cazzo d’auto.» Sibilai.

Il Biccio che era tutto concentrato sulla guida sfilò lentamente davanti all’entrata come un re su un cocchio, e la Squalo lo era un’auto regale e con il dovuto rispetto la folla si fece largo al nostro lento passaggio. Il Biccio  cercava con ansia un buco sulla strada per parcheggiare l’auto. Fummo fortunati e trovammo un parcheggio adatto per lo Squalo poco distante dal Chicago in fondo alla strada. Il Biccio scese trionfante dall’auto. Io mi fermai un attimo a rimirare la linea della Dea affascinato.

«Andiamo?» Mi sollecitò il Rosso riportandomi alla realtà, poi continuò. «Hai portato i biglietti usati?»

«Certamente. Ne ho un po’ ma secondo me stasera potrebbe essere rosso scuro.» Asserii

«Vediremo subito.»Trillò il Biccio che si sforzava di sbirciare che tipo di biglietto usato dessero alla cassa. «Sì è Rosso scuro.»Sussurrò.

I biglietti del Chicago venivano venduti completi di matrice e consumazione. All’entrata ti veniva tolta la matrice e ti rimaneva un biglietto quadrato con il logo del locale e con attaccata la consumazione. I biglietti erano colorati ed il colore variava di settimana in settimana. Il locale prese l’abitudine, come dire, per “risparmiare” qualche soldino di riciclare i biglietti che spesso venivano lasciati dai ragazzi al bar assieme alla consumazione. Il sabato dopo questi biglietti con la consumazione attaccata ma non la matrice venivano rivenduti anche se biglietti usati. Noi che andavamo tutti i sabati sera e che eravamo molto attenti ce ne accorgemmo presto di questo fatto e così imparammo a collezionarli, risparmiando la consumazione. Incominciammo così ad entrare a scrocco. Quella sera grazie ai biglietti rosso scuro entrammo tutti e tre Gratis. Dentro il Chicago era già affollato e c’era già la nostra compagnia. Riconobbi Zanna per primo. Mi avvicinai contento.

«Ciao Zanna! Tutto ok?» Lo apostrofai.

«Ecco la mia merdina molle. Ciao Lungo.» Mi rispose prendendomi in giro.

«Mi mancavano i tuoi appellativi da Epica greca da due soldi. Piuttosto ce n’è di penna stasera Zanna?» Chiesi sarcasticamente.

«Non so giudica tu Lungo. E’ pieno di belle baiose c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ma a te mi sa che non interessino mica vero?»

«Vorrei vedere. Non saremmo al Chicago se no? E poi se permetti vai a cagare Zanna»Affermai con tono ironico.

Ci abbracciammo felici perché l’amicizia, quella vera, aveva bisogno anche di momenti divertenti, di prendersi in giro. Era la confidenza di chi sapeva che poteva permettersi di ridere di se stessi e degli altri con leggerezza, ma nel rispetto reciproco senza falsità e ipocrisie. Trascorsi l’intera serata tra la pista a ballare con le mie amiche di Bologna, la Bea e la Teresa e su in galleria con il Rosso e il Biccio a fumare canne. Per  una volta andava pure bene stare con i tuoi amici a ridere e scherzare e a ballare. Non era poi così importante se non passavi una notte a limonarci su in galleria. In quel momento non stavo con nessuna così mi godetti un momento di quieta spensieratezza. Del resto era la spensieratezza una dei doni che la giovinezza dei nostri vent’anni ci regalava ed erano momenti di pura magia. Me ne accorsi anni dopo quando dovetti fare i conti con le tante responsabilità quotidiane che non ti davano mai tregua. La gioventù aveva un sapore che era difficile dimenticare. Ti faceva vivere sempre su, nel cielo, con il cuore a mille, con quelle sensazioni amplificate che ti facevano amare la vita. Sensazioni vere ed emozionanti come fu emozionate per un giorno andare a zonzo con lo Squalo azzurro dello zio del Biccio. Certo era forse poca cosa ma per me erano le piccole cose, quelle che dovevi sapere cogliere ed assaporare perché vere, che rendevano tutto così meravigliosamente bello come era  bella la nostra Vita da ragazzi liberi.

LA CAMPAGNA DI SPAGNA 1985.

Gli anni passavano rapidi. A molti dei miei migliori amici della compagnia toccò il militare.  Nel 1984  Franco tagliò i capelli lunghi e partì a fine maggio. Sembrò per me la fine di un’ epoca felice. Io e Franco eravamo sempre stati assieme, compagni di viaggio e di avventure. Avevamo condiviso molto delle nostre esperienze baiose ed il militare arrivò a spezzare proprio un momento di grande felicità.  Franco cambiò di umore. Ricordo il suo sguardo triste gli ultimi mesi prima di partire. Sembrava un altro ragazzo e anche io facevo fatica a riconoscerlo, ora con i capelli corti, lo sguardo perso con quella incredula ingenuità che continuava ad urlare “perché a me perché ora?”  Poi arrivò il momento e Franco partì. Furono mesi tristi anche per me. Si era rotta una magia un alchimia rara a trovarsi anche se avevo attorno sempre i miei amici di un tempo. Comunque l’anno passò rapidamente e Franco tornò a casa. Era primavera inoltrata. Le cose erano cambiate e forse eravamo cambiati anche noi. Cominciavamo a percepire quell’inquietudine che ci avrebbe portato ad abbandonare per sempre i luoghi e i posti che avevamo sempre frequentato. L’estate arrivò per fortuna portandosi dietro una ventata di voglia di fare. In quegli anni molti baiosi avevano trascorso le vacanze in Spagna. Al Columbus si ascoltavano le gesta epiche e le bollenti avventure con le Spagnole. Ne fummo talmente affascinati che decidemmo su due piedi di partire alla ventura. Così per la prima volta dopo tanti anni trascorsi al Columbus, ad Agosto Io, Paolo, Franco, Luca partimmo per la Spagna. Io in Auto con Luca, e Franco e Paolo con le loro moto. Fu un viaggio lungo che durò 2 giorni. Attraversammo tutta la Francia e la prima notte la trascorremmo a Figuera che a noi suonò stranamente bene. Li in quella cittadina trovammo da dormire stravolti dalla fatica. Il giorno dopo arrivammo a Salou. e Lì dopo alcune peripezie, trovammo da dormire in un tugurio all’ultimo piano di una palazzina anonima. Salou era una cittadina molto bella con una grande Ramblas affollata di gente che si affacciava su una spiaggia arenosa per la maggior parte libera. Ci attendevano frenetiche notti insonni in giro per le numerose discoteche e locali della città. Persi in quella bolgia colorata ci invaghimmo di quella vita così diversa da quella alla quale eravamo abituati presi come fummo dal vortice inebriante della Movida Spagnola. Conoscemmo un sacco di ragazze, Francesi, Tedesche, Spagnole. Franco conobbe ed ebbe una storia con una bella ragazza Francese, Paolo e Luca si persero con altre straniere. Io mi persi dietro ad una bella spagnola corteggiata maldestramente che finì per appiopparmi un meritato quanto deludente due di picche. In compenso poi mi beccai la dissenteria e passai con  la vacanza in studi medici costosi cercando di curarmi. Un vero disastro. Di quella vacanza conservo solo pessimi ricordi, pessimo cibo, pessimi locali. Ricordo le risse frequenti fra connazionali e Francesi  perché i transalpini non sopportavano che le ragazze Francesi scegliessero gli italiani. Anche Franco rischiò a causa della sua bella francesina ma per fortuna ce la cavammo senza menare mani. Il ritorno a casa per me fu una liberazione. Passato il confine mi ritornò il buonumore. A casa finalmente potei dire addio alla mia compagna la dissenteria. Ci ritrovammo ben presto a settembre al Columbus. Annoiati, inquieti, nervosi. Nemmeno lì mi sentivo a casa come una volta. La gente era cambiata. Noi eravamo cambiati e di li a poco avrei preso per sempre un’altra strada. Fu una scelta certamente e non me ne sono pentito. Ma quelle sensazioni, quei momenti di magia rimasero per sempre seppelliti nel mio cuore fino ad oggi quando esplodendo in petto di nuovo mi hanno fatto il regalo più bello. Quello di poterne scrivere e ricordare ed emozionarsi di nuovo e sopratutto di ritrovare tutti voi e scoprire che la tribù Baiosa non era affatto morta ma che , con qualche capello grigio in più, era ed è più viva che mai. Grazie a tutti voi che continuate a leggermi. Voi siete il regalo inatteso più bello.

Kenny il fast food .Ricordi dal Columbus

Capitolo 2 dei ragazzi del Columbus Webnet radioseeeyou.com

E poi mi capitava , di isolarmi quando stavo al Columbus , di andare sulla spiaggia quando calava la notte , allora si poteva fare , nessuno ti rompeva le scatole . Mi capitava quando finivo di mangiare da Kenny , che era dietro viale Ceccarini , vicino a dei giardini prima del lungomare . Kenny era il primo fast food che aveva aperto in riviera nei primi anni 80 . Ricordo un locale piccolo , con le sedute alte come i tavolini , pochi posti peraltro . Colorato tutto di rosso , servivano il classico menù da Fast Food americano . Io mangiavo il classico Hamburger con patatine e Coca Cola . spendendo davvero poche migliaia di lire . Ci andavo sempre da solo perché ricordo che in quell’anno , il 1983 , quell’ agosto ero veramente un mare in tempesta , ero sempre in guerra con me stesso su tutto e tutti . Così per evitare di stare troppo sulle palle alle persone , quando venivo assalito dalle mie paranoie e seghe mentali , me ne andavo in giro da solo , come un lupo solitario che non trovava mai pace . E nei miei peregrinare solitari venivo prima o poi , più prima che poi . assalito dalla fame . Ero sempre affamato , soldi ne avevo pochi , da vero studente universitario scapestrato . Ero allora un alto ragazzo allampanato dalla pelle diafana sempre affamato . Si perché il sole chi lo vedeva mai . Io mal sopportavo la luce del sole , e male sopportavo pure il caos delle giornate assolate . Quel caos che era frutto della normale vita delle famiglia che frequentava la spiaggia . Io vivevo solo di notte , la tarda notte , quando i rumori si rarefacevano , la gente si diradava , le famiglie andavano a dormire e quello spazio grande che era il Columbus finiva per essere l’unico punto di approdo che , come un porto Caraibico , era così pieno di vita fino all’ alba . Capitava , a volte , dopo avere mangiato a tarda notte da Kenny che io venissi assalito da un’assurda nostalgia , talmente forte da fare male . Mi capitava quando dopo avere mangiato con avidità il panino e le patatine fritte mi soffermavo a bermi la mia abbondante Coca Cola lì su quelle scomode sedute . E allora mi ritrovavo a perdermi con lo sguardo oltre la vetrina e poi via via ad accarezzare il giardino fino alle cabine illuminate dai lampioni schivando gli aloni di luce che facevano , nel vano tentativo di scorgere il mare . E lì il mio sguardo si perdeva nel buio della notte mentre la mente tornava a inseguire la memoria di Lei fino a perdersi anche esso come un ricordo sbiadito nelle tenebre . Così dopo avere finito la Coca venivo preso dall’impulso di andare in riva al mare e così facevo . Camminavo da solo nella notte , le mani in tasca , la brezza che ti gonfiava la camicia , senza una meta con il cuore in tumulto da spezzare il fiato , attirato da quella oscurità che faceva quasi paura . E lì raggiunta la spiaggia incominciavo a correre . Correre per sfuggire alla malinconia che non mi lasciava andare via , che non mi abbandonava mai , per poi lasciarsi cadere stanco sulla sabbia fredda vicino al mare , unica compagna la risacca che ti ricordava come un orologio che ticchettava che il tempo era passato che tu e Lei eravate passato . E allora me ne stavo seduto tenendomi con le mani le ginocchia mentre avvolto dalla nera notte il mio sguardo si perdeva in quel mare scuro e finivo per perdermi coi miei pensieri , là al largo , in quel mare nero come la notte , là dove tu come Lei vi eravate persi per sempre .

La vera storia della guerra dei Bomboloni al Columbus. Ovvero la fame è una brutta bestia. (Racconto andato in onda su Radioseeeyou.com)

Ricordo che era il 1982 . Era una serata fantastica d’estate, ma in quel periodo della vita, quello che attraversa i vent’anni, erano tutte serate fantastiche. La Mecca aveva appena chiuso. Noi tornavamo al Columbus. Allora la Mecca non chiudeva tardissimo ma a cavallo delle due di mattina così noi della compagnia di Bologna o aspettavamo Pery per mangiare la pizza o andavamo al Columbus.

Già la Pizza .Ricordo che andavamo a Rimini al di là della ferrovia verso la collina  in un locale con grandi vetrine sulla strada ,appollaiato su  un incrocio sulla strada che porta alla statale Adriatica. Sedevamo in una lunga tavolata rettangolare . Pery si sedeva in mezzo  con la sua ragazza e noi tutti intorno. Trovavo all’inizio strano ed eccitante allo stesso tempo sedermi vicino a lui. Pery il DJ della Mecca. Se si diceva Mecca si pensava subito alla musica e Pery era l’anima della Mecca.  La cosà che mi colpì fin da subito fu che in fondo era un ragazzo come noi che non si nascondeva dietro a forme di protagonismo, superiorità o snobismo. Pery rideva, scherzava e parlava tranquillamente con tutti noi . Chi ci avesse guardato dal di fuori non avrebbe potuto distinguerlo  da uno del gruppo. Quella sera, come dicevo, avevamo deciso di tornare

al Columbus. Lì, raggiunto piazzale Roma, ci affaccendammo a chiacchierare tra noi  della serata appena trascorsa, a salutare qualche volto amico o ad intrattenere qualche bella ragazza. A me ,che avevo una fame biblica, lì per lì venne l’idea di trovare un fornaio aperto. Allora, come tutti, ero afflitto da fame perenne. Con Franco in campeggio mangiavamo pochissimo per risparmiare il più possibile visto che di soldi non ne avevamo tanti. La nostra alimentazione in un mese di mare consisteva tutti i giorni nei seguenti alimenti : 

Un cappuccino e 2 bomboloni al mattino. Un panino a mezzogiorno e uno alla sera da 3000 lire semplici per lo più con la mortadella perché era il salume che costava meno in assoluto. Poi succo di frutta o acqua. La notte  ci concedevamo o  la pizza  oppure le patatine fritte alla baracchina, sulla strada vicino al Fontanelle. Difatti pesavo pochissimo, circa 75 kg, poco per un ragazzone  alto  quasi 2 metri .

Qualche volta mi veniva così tanta fame la notte che riuscivo a sentire l’odore del pane appena sfornato da molte centinaia di metri di distanza .Così mi inoltravo per le vie di Riccione seguendo quella fragranza invitante fino a raggiungerne  il forno. Spesso mi accontentavo del pane caldo se non aveva nient’altro da vendermi. Quella sera dissi a gran voce «Ragazzi io ho fame. Chi viene a cercare un forno con me?» Con mia sorpresa ci fu un coro di adesioni. Dovevamo avere tutti una gran fame perché con me si aggregarono Bongo ,Franco e Bibendum  . Ci avviammo giù per viale Ceccarini svoltando lungo via Dante .Ad  un tratto riconoscemmo l’odore inconfondibile di pane appena sfornato. Svoltammo decisi in una laterale sulla sinistra di via Dante poco prima del canale. La via era deserta illuminata solo da pochi e radi lampioni

Ad un tratto il profumo si fece più intenso e finalmente vedemmo in fondo alla via l’agognato forno. La bottega era tutta illuminata. Davanti ad essa distinguevamo il fornaio che era intento a caricare una grande teglia  all’interno del suo apecar  piaggio furgonato. Dopo avere sistemato la  teglia il fornaio rientrò nel forno lasciando aperte le porte posteriori del furgone.

«Non ci ha visto» sibilò Bongo. Ci avviciniamo di soppiatto incuriositi al mezzo e appena guardammo dentro al cassone trasalimmo. Il contenuto delle teglie erano decine di bomboloni alla crema appena fritti ,coperti di zucchero  che emanavano una fragranza celestiale. Ero commosso da tutta quella fragranza appena sfornata così dissi entusiasta: «Cavolo me ne mangerei un paio entriamo?» Non faccio in tempo a finire la frase che mi accorsi con la coda dell’occhio che Il Bongo, lesto come il Zanardi di Pazienza ,aveva sfilato una teglia grande di bomboloni e se ne correva veloce  nella direzione opposte da dove eravamo arrivati. Io e gli altri ci guardammo stupiti per un attimo e poi quasi all’unisono cominciammo a correre a perdifiato  dietro al Bongo sparendo nelle tenebre. Girato l’incrocio ci fermammo tutti ansimanti.

«Ma che cazzo Bongo non sarai mica matto? L’hai rubata zio prete. Questo è un furto bello e buono.» Sibilai in tono di disapprovazione E intanto pensavo alla faccia che avrebbe fatto il povero  fornaio tornado al suo ape car nello scoprire che una intera teglia del suo fragrante prodotto era sparita.

Il Bongo che aveva ancora in mano la teglia del maltolto con un ghigno da monello sul volto  mi disse:

«Purio hai  intenzione di rompere ancora i maroni a lungo o invece taci e te ne mangi uno?»

La fame era davvero una brutta bestia. Così di fronte alla vista di quei bomboloni celestiali non riuscii a resistere. Mi azzittii e presi con mano tremante uno di quei  bomboloni fritti ancora tiepidi. Vi Affondai golosamente un grosso morso. Lo zucchero si appiccicò su tutte le labbra mentre la crema tiepida, buonissima mi scendeva in gola assieme alla pasta fritta celestiale.  Era questa la felicità mi chiesi. Sorrisi felice. Ne mangiammo tutti allegramente mentre ci incamminavamo di nuovo verso il Columbus. Una volta arrivati Il Bongo che si stava ingozzando con un bombolone disse con la bocca piena «Oh ma sono buonissimi. Me li  mangerei tutti». «Seeee » gli fece eco il Bibendum, «Anche meno» Asserì prendendo in giro il Bongo. Io, che mi stancavo facilmente dei dolci pesanti, ero solo al secondo bombolone e già cominciavo a sentirmi sazio, quando sentii la sparata del  Bongo. Così replicai: gli dico « Quanti mai ne potrai mai mangiare Bongo? Se ne mangi 6 di fila sei un drago.» Affermai deciso.

 «Scomettiamo che io me ne mangio di più?»  

Rimanemmo un attimo tutti interdetti.

«Va bene vediamo, adesso te li conto. Quanti ne hai già mangiati?»  Il Bongo allungò la mano sinistra  alzando 2 dita mentre con la mano destra si portava un grosso pezzo di bombolone che spariva tutto in bocca. Finito di trangugiare il boccone il Bongo si disse pronto alla sfida. .

Arrivati al Columbus il Bongo sedette sul muretto e diede il via alla sfida. E mentre io faticavo non poco a mangiare il terzo bombolone, il Bongo fece sparire in due morsi un quarto bombolone mentre aveva già preso in mano il quinto. Eravamo rimasti tutti a bocca aperta perché il Bongo stava per compiere quello che per me sarebbe stato impossibile fare e considero tutt’ora un ‘impresa da campione. Finirà per mangiarne 13 uno dopo l’altro come se niente fosse e rifiutando il 14 con la nonchalances di un vero campione. Quanto ai bomboloni verranno abbandonati al loro destino da noi che non ne volevamo più. Alcuni finiranno trangugiati in un attimo da ragazzi e ragazze che avevano assistito alla sfida. Per altri non sarà l’interno di uno stomaco la loro ultima meta. Spinti dalla goliardia del momento qualcuno iniziò a tirarseli addosso. C’erano bomboloni che ti volavano sopra la testa e addosso  tra le risate degli spettatori. Davvero un triste destino per un così celestiale cibo .Quanto a noi che dire avevamo la pancia piena di bomboloni e crema  . Guardai Il Bongo che rideva con gli altri ,guardai i miei amici ,i loro volti sorridenti  ,sentivo che i loro cuori e il mio battevano all’unisono  No non c’era posto per la morale , non lì, non quella sera. Mi sentivo in colpa ma mi assolsi in fretta , Mi avvicinai ai miei amici.

« Ehi Bongo ci fumiamo una paglia?» dissi.

Ci accendemmo una sigaretta e ci scambiammo un sorriso. Guardai il Columbus, guardai i miei amici cari e poi il mare nero e profondo che brillava sotto i raggi della luna davanti a me. Respirai l’aria salmastra a pieni polmoni e mi sentii vivo. Guardai di nuovo il piazzale. La vita pulsava in quei pochi metri come non mai. Mi sentii parte di una cosa più grande, che era viva e vitale. Meritavamo tutti per una volta di essere trattati con indulgenza. Meritavamo tutti  per una volta di non essere giudicati. Meritavamo tutti di essere assolti.

E così feci.